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L’ergastolo è la massima pena prevista dal diritto penale italiano. È identificato come pena perpetua, scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo di lavoro e con isolamento notturno, ma con la possibilità di essere ammesso al lavoro all’aperto.

In quanto perpetua, è anche fissa a livello edittale (attinente alla forma o al contenuto della legge). Ciò solleva dei problemi riguardo la sua legittimità costituzionale in relazione ad alcuni articoli (corretti poi dalla Corte Costituzionale): l’articolo 2 della Carta fondamentale sancisce che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” precisando come ciò valga per ognuno “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

Risulta, quindi, complesso stilare un elenco esaustivo dei diritti riconducibili nell’alveo dell’articolo 2, ma è certo che tra questi si possano includere i diritti all’identità, integrità fisica e psichica, lavoro, istruzione, difesa, salute, vita di relazione e libertà religiosa, che devono essere preservati anche in carcere, in quanto anch’esse rientrano nella nozione di formazione sociale.
L’art. 3, ancora, proclama che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali […]” quindi, riconosce che la legge è uguale per tutti e la pari dignità sociale non può subire limitazioni neanche in carcere.
Inoltre, tutte le pene devono essere volte alla rieducazione. Pertanto, non è chiaro come una pena edittalmente perpetua, che porta il giudice a pronunciare una condanna a vita, possa conciliarsi con un tale panorama costituzionale. Si evince che la reclusione non può rappresentare un punto di arrivo, ma esclusivamente un punto di partenza verso un reinserimento nella società e che la Costituzione non preclude a nessuno, a prescindere dalla responsabilità penale.

Numerose sono state le sentenze riguardo l’ergastolo.

La Corte Costituzionale lo ha ritenuto legittimo sostenendo che esso è valido, ma non esclude la possibilità che possa terminare prima perché, potenzialmente, tutti i soggetti condannati all’ergastolo possono accedere alla libertà condizionale. Di fatti, la Corte è intervenuta per specificare che l’ammissione a tale beneficio, in presenza di ravvedimento, è da considerarsi “dovuta” poiché costituisce un vero e proprio diritto del condannato e che, anche a tale si applicano le riduzioni di pena che anticipano di 90 giorni all’anno i termini per accedere a questo istituto.
La Corte, a sostegno della propria decisione, porta argomenti che coinvolgono congiuntamente i principi di eguaglianza e rieducazione: il principio della progressività trattamentale e flessibilità della pena non solo è sotteso all’intera disciplina dell’ordinamento penitenziario, ma è diretta attuazione del canone costituzionale della finalità rieducativa della pena.

l conflitto pro/contro ergastolo è divenuto nuovamente centrale in seguito alla pronuncia sull’ergastolo ostativo della Grande camera della Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu). Tale pena venne introdotta all’inizio degli anni ’90 a seguito delle stragi di mafia e della lotta contro lo Stato. Stabilisce che i condannati per reati di stampo mafioso o terroristico non possono godere dei benefici penitenziari, né di misure alternative; in sostanza, “fine pena mai”.
La Corte Europea ha condannato l’Italia perché la previsione di questa pena è in contrasto con l’articolo 3 della Cedu, che proibisce trattamenti inumani e degradanti e che la condizione di collaborazione con la giustizia per accedere alla libertà condizionale, potrebbe non risultare realisticamente sempre possibile: c’è da considerare l’ipotesi in cui tale collaborazione non avviene per paura di ritorsioni e, quindi, la scelta del “pentimento” non risulterebbe libera, seppur il principio rieducativo abbia ben operato.

La decisione ha suscitato vivaci pareri di chi per anni ha combattuto contro la mafia e che innanzitutto ritiene che l’Europa non sia ben conscia di cosa sia e come si manifesti in tutta la sua crudezza. Inoltre si teme che se avvenisse tale abolizione, si materializzerebbe la possibilità che vede i capimafia tornare a comandare senza freni prima del tempo e che lo Stato potrebbe perdere anche la sua autorità in senso concreto e figurato.
Questo tema ci fa comprendere ancor di più come sia complesso il rapporto che intercorre tra legge, giustizia e società. Ci fa porre il quesito su come si configurano i diritti del singolo in rapporto alla collettività, a quali bisogna dare preminenza e a chi spetta di decidere.

di Salvatore Sardella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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