La Cinquina: Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari

La Cinquina è una rubrica settimanale di recensioni dedicate a cinque libri, scelti tra i dodici, del Premio Strega 2020. Oggi è il turno di Ragazzo italiano, scritto da Gian Arturo Ferrari e pubblicato da Feltrinelli. Il libro è stato proposto al Premio da Margaret Mazzantini.

Siamo arrivati all’epilogo. Cinque libri per cinque settimane. Anche se il Premio Strega ci ha messo del suo per rovinarmi i piani (quest’anno in finale ci sono sei libri e quindi parliamo di “sestina”, imprevedibile destino). Ma alla fine eccoci qua, pronti a concludere. In battuta finale ho lasciato Ragazzo Italiano, di Gian Arturo Ferrari, il super favorito. Bisogna fare un passo indietro per comprendere come il romanzo di esordio di un autore settantaseienne possa diventare il favorito alla vittoria del Premio Strega. Non per essere troppo pop, ma il se dovessi dare un titolo alla cavalcata sorprendente di Ferrari scriverei: candidato a sorpreso. Dubito che Ferrari si tocchi guardando “Ok, il prezzo è giusto!” però ha tutti i crismi del candidato a sorpresa. Inserito all’ultimo minuto, ha subito guadagnato il favore della giuria. “Il Signore dei libri” lo chiamavano, facendo riferimento alla sua lunga carriera nel mondo dell’editoria. E si dice che la cifra sborsate da Feltrinelli per inserire il libro nelle sue file sia molto alto. Lo Strega è più politica che letteratura? Forse. Il vincitore di quest’anno ci darà un grande indizio.

Il protagonista di Ragazzo Italiano è Ninni, un figlio del dopoguerra. E lo sfondo su cui la vicenda si staglia è, per l’appunto, la diroccata Italia del dopoguerra. Distrutta fisicamente, ma anche moralmente, così come si intuisce dalla paura che hanno le persone nel fare riferimento agli avvenimenti bellici. Questo accade perché non si sa mai se chi ci si trova di fronte fosse stato rosso o nero (no, Julien Sorel non c’entra).
Il libro è composto da storie minime, capitoli brevi che sommandosi si fanno Storia. Con la s maiuscola. Perché la storia di Ninni non è solo la sua personale, ma è quella di un popolo che rinasce dalle ceneri. La scrittura è piana e scorrevole. Forse così piana da diventare ripetitiva. C’è una medietà stucchevole nel lessico, che non si accende mai in eccessi e sregolatezze e che, al contrario, non si perde nel turpiloquio, annoiante sulla lunga tratta.

Non ho amato Ragazzo Italiano e non credo meriti di essere tra i favoriti. Dalla fine delle Seconda Guerra Mondiale sono passati settantacinque anni e ciò che è avvenuto dopo ce l’hanno raccontato in tutte le salse. Mi arrogo il diritto di dare un consiglio al Premio: date un segnale alla letteratura, parlateci dell’oggi. Giovanissimi ha poco da invidiare a Ragazzo italiano. Ma qui, secondo me, subentra un problema di anzianità e politica. E l’Italia resta un paese per vecchi.

E l’Italia, resta un paese per vecchi.

di Marco Cutillo

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