La Cinquina: Il colibrì di Sandro Veronesi

La Cinquina è una rubrica settimanale di recensioni dedicate a cinque libri, scelti tra i dodici, del Premio Strega 2020. Oggi è il turno de Il colibrì, scritto da Sandro Veronesi e pubblicato da La nave di Teseo. Il libro è stato proposto al Premio da Chiara Valerio.

Siamo arrivati al turno de Il colibrì, il favoritissimo. O almeno così dice la critica, ma i lettori non sono da meno. A dire il vero trovo fondata l’ipotesi che Sandro Veronesi possa vincere nuovamente il Premio Strega. Il suo libro è senza dubbio, tra quelli che ho letto, il più interessante. Però, c’è sempre un però, alcune soluzioni non mi hanno convinto. Vi spiego.
Il colibrì racconta la storia di Marco Carrera. In realtà sarebbe meglio dire: il colibrì è Marco Carrera. Il soprannome gli è stato affibbiato dalla madre quand’era ancora giovanissimo. Ed il suo corpo pareva deciso a non allungarsi come quello dei suoi coetanei. Marco Carrera pareva condannato a rimanere piccolo per sempre, di statura. Sarà poi il padre a convincerlo ad iniziare una cura sperimentale che gli permetterà di raggiungere un’altezza normale, con grande rammarico di sua madre. Ma non è tutta qui la storia del protagonista del libro di Veronesi. Nella sua vita Marco Carrera noterà un particolare che accumuna tutte le donne da lui frequentate, in senso letterale e non: lo psicologo. Tutte le donne sono in cura da uno psicologo. Sua madre, sua sorella, sua moglie, la donna che ama (allerta spoiler: la donna che ama non è sua moglie). E questa caratteristica lo porterà addirittura a stringere amicizia con uno di loro. Marco Carrera si ritroverà addirittura, ormai vecchio, a badare al figlio di sua figlia. Non ha un’esistenza comune il sig. Carrera, questo è certo.
Ma nel raccontare gli episodi di una vita ricca di gioia e, soprattutto, sofferenza, Veronesi dilata troppo la narrazione e la appesantisce. A volte si sente l’esigenza che il romanzo sia meno dilatato e più preciso nel suo procedere per aneddoti. Anche i salti temporali di cui le pagine de Il colibrì sono pieni ottengono il risultato sperato, rompendo la monotonia della narrazione lineare, ma Veronesi pare abusare di questa soluzione.
Linguisticamente il libro è vivace, non c’è che dire. Sicuramente più vivace degli altri. Ho apprezzato l’idea di spezzare la narrazione inserendo nella stessa i pensieri del protagonista, così da confondere la riflessione con la sensazione del momento vissuto. Veronesi ci ha provato a liberarsi dei preconcetti linguistici, ma nel farlo si percepisce la sua italianità e da buon italiano, ricorre al compromesso. Un compromesso che sa più di sconfitta che altro.
Detto ciò, la lettura de Il colibrì è vivamente consigliata. Se ne ho messo in luce i difetti è solo perché so che l’autore avrebbe potuto fare di meglio. Ma, come ho già detto, il suo libro è sena dubbio il più interessante e, forse, quello meglio riuscito del Premio Strega 2020.

di Marco Cutillo

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