La Cinquina: Almarina di Valeria Parrella

La Cinquina è una rubrica settimanale di recensioni dedicate a cinque libri attualmente in concorso al Premio Strega 2020. Oggi è il turno di Almarina, scritto da Valeria Parrella e pubblicato da Einaudi. Il libro è stato proposto al Premio da Francesco Piccolo.

Trama

Elisabetta è un insegnate di circa cinquant’anni che insegna matematica nel carcere di Nisida. Un giorno, come di consueto, alla sua classe si aggiunge una nuova studentessa: Almarina.
Almarina è una ragazza rumena con alle spalle una difficile storia di violenza familiare. Sul corpo porta i segni della violenza domestica e ne conserva le cicatrici nel cuore. Anche Elisabetta è una donna che soffre. Ha da poco perso il marito e non si è ancora abituata alla sua assenza.
Sarà la sofferenza ad unire Elisabetta ed Almarina. Entrambe troveranno, l’una nell’altra, un motivo per non arrendersi.

Trite parole

Almarina è un libro che riscalda. La Parrella adopera un linguaggio semplice, ma sparge qua e là parole più altisonanti che ricordano un tipo di narrazione più datata. Ciò non altera in alcun modo la scorrevolezza della lettura e la facilità con cui il libro procede. La prima persona utilizzata per raccontare la storia di Elisabetta e quella di Almarina, catapulta il lettore in una dimensione intima che lo rende partecipe della storia. Come se ci fossimo anche noi, lì, a Nisida. E come se le colpa di una politica dimentica dei ragazzi e del loro futuro, fossero anche le nostre colpe. Sullo sfondo il mare che circonda l’isola adibita a carcere minorile. Un mare caro all’autrice, residente a Bagnoli, che non a caso, appare anche nella copertina firmata da Paula Daniëlse.

Giudizi universali

Sebbene abbia scritto molti altri romanzi, confesso che questo è il mio primo incontro con la Parrella. Le prime volte possono essere traumatiche e condizionare per sempre il giudizio su di un autore. Per fortuna, io conserverò un buon ricordo di Valeria Parrella. Almarina è un bel libro. Godibile, scorrevole, io ne consiglio la lettura. La Parrella ha raccontato una di quelle storie che definiscono minime. Sono storie dove non si racconta di grandi imprese e dove l’universo circostante viene messo per un secondo a tacere. Ma vengono illuminati con la scrittura i particolari di due vite devastate. E partendo da qui l’autrice è riuscita, ambientando il suo racconto in contesto specifico che non lascia molto spazio all’immaginazione, ad evocare l’universale sofferenza della perdita. Sebbene io creda spesso nella narrazione il dolore non sia restituito con la vividezza necessaria, edulcorato da una penna elegante ed ispirata, la lettura di Almarina conferma quello che già la critica aveva affermato: ci troviamo di fronte a vera letteratura. E solo chi legge sa quanto gli ultimi anni ne siano avari.

di Marco Cutillo

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