La Caritas: un faro nella notte

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Ci sono deserti che sembrano impercorribili data la loro asprezza. Luoghi dove il silenzio e la fatica, uniti alla stanchezza di vivere, sembrano avere la meglio sulla vita e sulla speranza.

Questo tempo di quarantena, a primo acchito, potrebbe essere paragonato a ciò, data la sua asprezza e la profonda tristezza che, nel cuore di tanti, ha provocato. Un tempo dove, in maniera particolare, almeno all’apparenza, la disperazione sembra aver avuto la meglio, soprattutto laddove la povertà non ha ricusato di far sentire la sua voce e la sua morsa. Molte famiglie, infatti, e non solo (basti, ad esempio pensare ai tanti che lavorano in nero e che fanno parte di quel “mondo sommerso” di lavoratori a cui non sono riconosciuti i propri diritti!!!), si sono trovate a fare i conti con un disagio crescente in cui la caducità è divenuta una compagna costante e il senso di sconfitta un alleato non richiesto.

In questi deserti, faticosi e ostili, per fortuna, le oasi non sono mancate; luoghi dove poter sostare per ristorarsi, mettere in ordine i pensieri e incontrare la certezza che, forse, non tutto è perduto, O che, perlomeno, non si è soli come si pensava d’essere.

Le oasi di questo periodo sono state molteplici, e, tra tutte, la Caritas italiana, nella declinazione delle Caritas diocesane, risulta quella che, anche per il messaggio di fede che racchiude in sé e da cui è mossa, non ha smesso di essere faro per chi brancola nel buio di questo tempo, questo anche grazie all’incredibile impegno di sacerdoti e volontari che hanno fatto in modo di non far mancare i loro servizi ai meno abbienti, rimodulando gli abituali interventi a partire dalla situazione Covid 19 che viviamo.

La nostra attenzione si ferma, in particolare, sulla Caritas della diocesi di Aversa, titolata “Gratis accepistis, gratis date” che, come un polmone che svolge perfettamente la propria funzione, non ha mancato di offrire respiro a chi era in difficoltà. Le esigenze di centinaia di utenze, che in questo periodo sono raddoppiate, sono divenute la bussola capace di orientare ogni gesto di solidarietà che non si è esaurito solo nell’aiuto materiale. “Il nostro primo obiettivo – afferma il direttore della Caritas diocesana di Aversa, don Carmine Schiavone, stretto collaboratore, in questo senso, di Mons. Spinillo, vescovo della medesima diocesi – è stato, anzitutto quello di porre attenzione alle relazioni che, inevitabilmente, sono andate trasformandosi in questa fase storica così delicata che stiamo vivendo. La nostra funzione prioritaria è stata quella di essere vicini, anzitutto, nell’ascolto e nell’accoglienza a quanti bussavano alla nostra porta”. Una funzione, dunque, prima di tutto pedagogica, in cui è la persona stessa ad essere stata attenzionata, avvicinata e ascoltata nella destabilizzazione che questo tempo sospeso ha portato con sé e ha rovesciato su quelli che già facevano fatica a rimanere a galla per vivere.

In questo difficoltoso cammino di ripresa, il bisogno materiale rappresenta, infatti, solo la punta di un iceberg, al di sotto del quale esiste un grido silenzioso che solo chi ha imparato ad ascoltare riesce a cogliere per davvero. Si tratta di una solitudine profonda che, come un ampio cratere, ha trovato rifugio e ha costruito casa nella fragilità della gente più bisognosa.

La Caritas diocesana in questo percorso è riuscita a non camminare da sola, per fortuna. Oltre alla Protezione Civile e alla Croce Rossa, infatti, enorme è stato il flusso di solidarietà che è arrivato da ogni dove. “La città stessa con, in primo luogo le istituzioni, – continua ancora don Carmine – si è mobilitata affinché nulla mancasse a chiunque chiedesse. Catene di solidarietà hanno travolto il nostro lavoro e hanno interessato tutti, dai semplici cittadini ai commercianti della zona”. Un cammino fatto in sincronia che ha avuto a cuore il pensiero del domani come punto focale per guidare ogni azione, perché il povero non divenisse ancora più povero, non si percepisse come un peso e chi non aveva diritti evitasse di non averne ancora.

Tutto questo, insieme ad altre silenziose testimonianze simili, non può che donarci un respiro di sollievo in questo tempo di buio. Allo stesso modo, però, non può esimerci dal porci delle domande dinanzi alle quali, senza alcun sotterfugio, è chiamata in causa la responsabilità personale e di chi ci governa, di chi dovrebbe agire a tal punto da far sì che a nessuno venga negato il diritto ad una dignità.

Nei volti della gente che si pone in fila dinanzi a una struttura caritatevole come quella della Caritas aversana per ricevere aiuto, si colgono sguardi di paura e sofferenza che interrogano, impietriscono e dove, dinanzi ai quali, si prova una certa difficoltà a passare oltre. Volti da cui traspare che la prima fame non è quella fisica, ma quella dell’anima; dove chi chiede, pur essendo mortificato e imbarazzato dalla propria condizione, ha da donare più di quanto immagina.

Il lavoro della Caritas è qui, oggi, a ricordarci che se è vero che ci sono deserti che risultano complicati da attraversare, non è detto che l’impresa resti impossibile da attuare. Quali sono i primi passi da fare? – ci si potrebbe giustamente domandare – Cosa e in che direzione guardare? Da dove poter cominciare?

Senza dubbio, dalla eloquenza delle azioni silenziose di chi si prodiga per il bene di tanta gente sofferente, affamata, indifesa e schiaffeggiata dalla vita. In quel “fare” si possono – e si i devono! – cogliere i semi di una speranza che non muore, linfa che consente di non morire dentro anche quando tutto lo permetterebbe.

E, come uno squarcio nella notte, ritornano in mente le parole della santa di Calcutta, quella che i poveri li ha sposati fino alla fine perché capace di vedere in essi il volto del suo Sposo, che, dinanzi alla piccolezza significativa dei gesti di carità verso il prossimo, amava affermare che “il bene che si compie, spesso è come una goccia nell’oceano, ma senza quella goccia l’oceano avrebbe qualcosa in meno”.

La carità, dunque, come un libro aperto a cui tutti possono attingere per imparare meglio a vivere!

 di Francesco Cuciniello

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