La Campania non ha smesso di girarsi dall’altra parte

Continueranno a sostenerli, a tributare migliaia di voti e non solo per una storica vocazione a un prono clientelismo, a una inguaribile subalternità antropologica verso chi incarna lo stigma del potere politico, ma per una rinvigorita ignoranza analitica del corpo elettorale. Ad ogni ondata di arresti, per eterogenesi dei fini tipicamente meridionale, corrisponde un preoccupante rafforzamento del pacchetto elettorale di chi è finito nelle inchieste.

Nel 2016, nel suo “Contro la Democrazia”, Jason Brennan della Princeton University Press proponeva di istituire una patente per votare. Lo ribadì in un articolo dal titolo più che esplicito, “Dobbiamo sradicare gli americani ignoranti dal corpo elettorale”. Dovrebbero iniziare uno studio speculare, anche sull’elettorato campano. Sono stati trentotto gli arresti in carcere e diciotto quelli ai domiciliari. Tra questi ultimi, i tre fratelli del senatore di Forza Italia, Luigi Cesaro da Sant’Antimo che, secondo le ricostruzioni dei magistrati (in un’operazione di indagine che è durata quasi dieci anni), avevano stretto un patto di collaborazione criminale e imprenditoriale con il clan Puca, nella gestione di un pacchetto di beni e di immobili dal valore elevatissimo.

Lo stesso ras campano dei berlusconiani ha sul capo una richiesta di arresto per una lunga serie di reati che vengono contestati ai 59 inquisiti. Dall’associazione mafiosa al concorso esterno, dalla corruzione elettorale all’estorsione. E poi, minacce, attentati, raid dinamitardi sotto casa di consiglieri comunali per convincerli a dimettersi. La peggiore Suburra campana è questa. Purtroppo, è proprio quello finito in carcere il cascame politico mafioso che gode di un consenso elettorale spaventoso. Per ignoranza, più che per fame. Perché solo per cristallina incapacità cognitiva si può continuare a votare chi aveva stretto un patto criminale con due clan diversi, a seconda delle zone dove dovevano consumarsi i saccheggi, le ruberie, le terribili speculazioni edilizie e umane.

Un elettorato ignorante rappresenta un pericolo non solo per gli stessi votanti, ma per il paese nel suo insieme”, ha scritto qualche tempo fa Ilya Somin in un suo testo. E, a guardare quanto accaduto giorni fa in Campania, sembra che Somin non avesse sbagliato tanto a preconizzare una capacità straordinaria dei politici corrotti a tenere ben serrate le fila degli elettori più fidelizzati. A Sant’Antimo, città di provenienza dei Cesaro e sede del discusso centro medico Igea, di proprietà dei familiari del senatore forzista, i consiglieri comunali non graditi venivano presi di mira con bombe piazzate sotto le loro abitazioni.

Un “invito caloroso” a dimettersi, per far cadere un’Amministrazione non gradita al milieu politico dei Cesaro e agli esponenti del clan Puca. Una storia di legami forti, tra i Puca e i Cesaro, che risale alla fine degli anni ’70, quando il papà del senatore di Forza Italia era intimo a amico di Giuseppe Puca, detto ‘o Giappone, boss e braccio destro (il cosiddetto Santista) del sanguinario Raffaele Cutolo. Secondo il collaboratore di Giustizia, Ferdinando Puca, fu proprio il padre dei Cesaro ad adoperarsi per far evadere Cutolo dal Manicomio criminale di Aversa, la notte del 5 febbraio del 1978.

Insomma, un patto di collaborazione che si tramanda di padre in figlio, nei palazzi di potere tra Sant’Antimo e il resto dell’hinterland napoletano. Fino ad arrivare alla diversificazione degli appoggi criminali dei Cesaro, sopra ttutto per i business edilizi e commerciali. La potente famiglia del senatore berlusconiano era riuscita a trovare appoggio da due clan differenti, in una torva capacità mutante per la risoluzione di affari speculativi, come ha confermato Gaetano Vassallo. Se per la realizzazione di appartamenti su una galleria commerciale, denominata “Il Molino” (stabile sequestrato qualche settimana fa, nell’ambito dell’operazione “Antemio”) i Cesaro avevano trovato il pieno appoggio del clan Mallardo, perché le strutture si trovano sul confine con il comune di Giugliano, feudo della consorteria criminale del posto, per avviare i lavori alla ex Texas Instruments di Aversa, proprietà dei Cesaro nella quale erano pronti a partire i lavori per la nascita dell’ennesimo centro commerciale, i familiari del senatore Luigi erano scesi a patti imprenditoriali con il clan Bidognetti, riportando addirittura i Casalesi al centro dei business speculativi più significativi nel casertano.

Una eccezionale propensione al camaleontismo affaristico che, da ultimo, ha consentito ai Cesaro di ottenere le autorizzazioni per rendere il centro medico Igea di Sant’Antimo polo dei tamponi di controllo per il Coronavirus. È la dimostrazione clamorosa che la Campania non è mai uscita dal tunnel di saldatura tra politica e mafie. Mentre i gangli di questa fitta rete di connessioni criminali si radicavano, si è preferito parlare sempre di altro, soprattutto a Caserta e Napoli, dove hanno tenuto banco solo argomentazioni “neutre”, buone per fondi giornalistici poco impegnativi, ma remunerati.

Dai quattro mesi di inchiostro per decidere se fosse giusto o meno tirare giù una delle Vele di Scampia, alle interminabili pagine di analisi sulla gestione degli eventi alla Reggia di Caserta. Un esercizio di diluizione e distrazione che ha pochi eguali nella storia moderna delle cronache giornalistiche. Argomenti da salotti transitori che hanno tenuto un forte e rassicurante velo a coprire storie criminali come quella dei Cesaro. E, ora, c’è chi si assolve, pur avendo un ruolo che gli imponeva di parlare degli scandali appena esplosi con i cinquantanove arresti. Ora, è così facile dire “E di cosa vogliamo meravigliarci? Qui le cose funzionano così”. Ecco, è questa la più grande sconfitta: aver assimilato una mentalità mafiosa e rassegnata che è anche più tossica dei criminali stessi. Intanto, si attende l’autorizzazione all’arresto anche del senatore Luigi Cesaro. Passaggio difficile e complesso perché subordinato all’uso delle intercettazioni nelle quali il politico avrebbe dato prova di far parte del sistema criminale, disarticolato dagli arresti. Ma è una fase molto articolata, proprio perché esiste una norma che impedirebbe di inserire negli atti giudiziari quelle trentuno telefonate con la voce di Luigi Cesaro. È una norma votata a furor di popolo da Forza Italia. Il partito dei Cesaro, appunto.

di Salvatore Minieri
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 207
LUGLIO 2020

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