«Grazie ad un personaggio straordinario, un certo Rodolfo Siviero, il cosiddetto 007 italiano dell’arte, molti beni sono stati recuperati e hanno preso la via di casa a partire dal 1947. Al contrario, tanti altri beni, piccoli e grandi, restano in giro per il mondo, spesso in musei di fama internazionale o in collezioni private di personaggi insospettabili. La nostra diplomazia sta combattendo da anni per recuperare alcuni beni individuati, ad esempio, negli Stati Uniti o in Germania, ma molte opere mancano all’appello e non si sa che fine abbiano fatto». Queste le parole di Giuseppe Russo, autore de “La guerra dimenticata”, secondo capitolo della trilogia I Caduti di Pietra – Storia di una Regione in cui cadde anche la Cultura, testo che entra nel cuore della distruzione subita dal patrimonio culturale italiano e, localmente, campano. Grazie alla passione per l’arte e la storia, l’autore termina il percorso universitario con una tesi che oggi rappresenta la base fondante del suo progetto personale: il recupero dei beni culturali deturpati, violentati o trafugati durante la Seconda Guerra Mondiale. Giuseppe Russo è un ricercatore indipendente: «È una definizione di cui vado orgoglioso», afferma. «I miei testi sono scritti con stile semplicissimo, per poter dialogare amichevolmente con i lettori, ma sono tutti scientificamente realizzati e documentati. In Italia la cultura, purtroppo, non genera reddito. A noi sembra una cosa normale, come il credere che gli autori siano tenuti a regalare i propri libri, le visite ai musei debbano essere gratuite, le manifestazioni in giro per le città non abbiano costi e la cultura a pagamento sia solo quella dei grandi concerti, o, al massimo, quella del turismo “mordi e fuggi” nelle città d’arte. Abbiamo una visione talmente distorta della cultura che, forse, non meriteremmo l’immenso patrimonio artistico materiale e immateriale che abbiamo ereditato dal passato». Pompei ne è l’esempio lampante: «È solo uno dei tanti esempi dell’assurdità della guerra e, purtroppo, delle errate valutazioni umane. In questo caso, come accaduto successivamente anche a Montecassino, nell’agosto del ‘43 i servizi di intelligence britannici diedero per certa la presenza di truppe tedesche all’interno dell’area archeologica più famosa al mondo. Sulla base di questa valutazione, totalmente strampalata, il 24 agosto Pompei subì un terribile bombardamento che causò danni gravissimi al gioiello archeologico riportato alla luce dai Borbone nel lontano 1748. Radio Londra, dopo quell’inutile scempio, si scusò addirittura via etere per un ingiustificabile atto bellico criticato da tutti i Paesi coinvolti nel conflitto. Una vera e propri beffa testimoniata anche nel Final Report dell’AMGOT, ovvero il Governo Militare Alleato dei Territori Occupati, dove ancora oggi si legge che gli ordigni caduti su Pompei furono “duecento bombe sprecate”». Questo un piccolo estratto del paragrafo sulla tragedia di Pompei: «…il coinvolgimento di questa città millenaria, testimonianza della grandezza di un popolo e della sua rapida distruzione, si sostanziò nelle errate informazioni d’intelligence che davano per certa la presenza di nazisti tra Torre Annunziata e Pompei, e ipotizzavano ancor più erroneamente la presenza di una santabarbara tedesca proprio nell›area degli scavi. In realtà, tra i resti millenari della città freddata dal Vesuvio, erano presenti solo dei civili illusi dalla protezione delle convenzioni internazionali, e quindi dalla presunta inviolabilità di un sito storico monumentale di importanza mondiale».

Il percorso di recupero dei beni culturali è ancora lunghissimo e non privo di ostacoli: «Siamo in un Paese talmente ricco di beni culturali che, probabilmente, nessuno potrà mai dire con certezza quante e quali opere siano andate distrutte durante la guerra o, magari, fatte sparire usando questa scusa e occultandole, così, agli organi di controllo. C’è, insomma, una certa percentuale di beni che non potranno essere più recuperati perché non correttamente archiviati, segnalati o conosciuti dall’amministrazione pubblica nel periodo prebellico e bellico». La speranza è che il nostro immenso patrimonio artistico e culturale, che ogni giorno attrae milioni di visitatori da tutto il mondo, possa essere, un giorno, rispettato e curato come merita, senza subire ulteriori scempi, che purtroppo rappresentano, di fatto, ferite ancora aperte.

di Teresa Lanna

Tratto da Informare n° 184 Agosto 2018