Kurdistan can’t breathe – Il racconto di Ram

informareonline-ararat-roma-ram (1)-min

Nel cuore di Roma, precisamente zona Testaccio, è presente il centro socioculturale kurdo più importante d’Italia: Ararat. 

Nasce nel maggio 1999. Tutte le attività sono autogestite e autofinanziate dagli ospiti del centro con la collaborazione di volontari e volontarie esterne. Parallelamente alla funzione di accoglienza, Ararat è uno spazio in cui coltivare coraggiosamente la propria cultura e identità (pur mutevole e in continuo divenire), attività che diventa fondamentale per non sentirsi completamente persi dopo aver varcato il confine del proprio paese con la prospettiva di non tornarci mai più, o di non potervi rientrare per un periodo molto lungo. 

Abbiamo parlato con uno dei portavoce del centro, Ram, che con i suoi occhi e le sue parole forti ha immortalato tutto ciò che tocca il Kurdistan fino ai giorni nostri. Ecco il racconto dell’uomo kurdo. 

La questione kurda 

«Tutto deriva dall’oppressione turca. Istanbul fino a 500 anni fa era Costantinopoli, così come Trabzon era Trebisonda. Come può essere un fondamento come quello turco così sicuro? Loro hanno paura che un giorno torni a Cesare quel che è di Cesare. Per portare avanti una nazione così ingiusta hai bisogno di una forza militare che ti tenga al sicuro. Ed è lì che non si ha libertà di professarsi kurdi, soprattutto se ci viene puntato un mitra in testa (ride, ndr). I turchi per creare la loro esistenza negano quella dei curdi, con un timore di base. Con ottanta milioni di abitanti fanno passare il dato che i curdi sono una minoranza, attualmente solo il territorio kurdo è il 35 per cento della Turchia.  

Ci sono molti turchi che per vivere in Turchia devono votare persone come Erdogan ed addirittura diventare suoi collaboratori. Ce l’hanno fatta a mettere in contrapposizione curdi vs curdi. Questa divisione già nacque con il trattato di Losanna per opera di inglesi e francesi, dividendo i curdi tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, un’altra piccola parte di popolazione curda si trova in Armenia. Il genocidio degli armeni purtroppo vide implicati anche i Kurdi usati dai turchi sempre in nome di una falsa fratellanza musulmana. Il passato è pieno di errori certamente.  

I guerrieri Kurdi hanno come oggetto di valore non l’arma ma il blocchetto nelle loro tasche, per cercare di ricostruire la storia kurda. Questo era il modus operandi delle nostre milizie, finché non hanno raggiunto il loro obiettivo i guerrieri kurdi si allontanano da tutti i piaceri della vita. Le zone curde sono sotto assedio di militari, considerati una minaccia durante le elezioni o altro. Se ci si schiera con la cultura kurda si viene eliminati dalle milizie, è naturale che il popolo abbia paura». 

Cos’è cambiato da Ottobre con la ritirata delle truppe americane nel confine Siria-Turchia?  

«Ciò che cambia sono gli accordi tra gli Stati, non conta il popolo. L’Italia ad esempio produce le sue armi in Turchia, sebbene il popolo italiano non penso voglia questo tipo di rapporti diplomatici. Con un comportamento del genere da parte della comunità Europea la Turchia continuerà ad espandersi. Con i clandestini Erdogan riesce a ricattare l’Europa, come se avesse una bomba ad orologeria il presidente turco e l’Unione è parecchio complice. Così non si capisce se l’Europa è comandata da europei o da quattro signori della guerra come Mr. Trump amici del petrolio». 

Cosa distingue il Kurdistan dagli altri popoli?  

«Ocalan, un politico e guerrigliero curdo con cittadinanza turca, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) disse che per lui l’immagine dell’uomo è la morte. Nel Medio Oriente c’è un forte maschilismo, dove la testimonianza di due donne vale come quella di un uomo. La cultura kurda originaria nasce come cultura matriarcale, quella araba che subentra è invece patriarcale. Il femminismo nasce con il Pkk ed è stata la donna stessa a contraddistinguersi per impegno e sacrificio. È questo che ci differenzia dagli altri popoli. Non molto tempo fa, in Catalogna delle comunità curde chiedevano autonomia e sono state rase al suolo con bambini che scrivevano i loro nomi sul petto per non essere dimenticati poiché già sapevano il loro destino. Il desiderio è proprio quello di iniziare ad assaporare la libertà, una parola che i nostri piccoli, le nostre famiglie ed i nostri avi non hanno mai conosciuto».  

In ultimo luogo, a microfoni spenti Ram ci parla del suo particolare amore per Napoli e della somiglianza fra la sua gente e quella partenopea. Quale conclusione migliore dopo una giornata del genere nel cuore pulsante della comunità curda più grande d’Italia. 

di Matteo Giacca

Print Friendly, PDF & Email