Kirio1984

INTERVISTA. Kirio1984, l’appassionante divulgazione del fumetto

Giuseppe Spada 11/12/2022
Updated 2022/12/11 at 12:02 PM
6 Minuti per la lettura

L’attenta analisi del fenomeno di comics e manga in Italia, Kirio1984

Oggi ogni libreria, anche la più piccola del paese più piccolo, ha un reparto fumetti. Qualche volta scarno, qualche volta un po’ meglio fornito ma state sicuri che qualche pagina coi baloon la troverete ovunque. Quello della nona arte è un mercato che non si può e non si deve più ignorare. La società globalizzata si è finalmente resa conto dell’importanza storico/culturale del fumetto. Maurizio Iorio aka Kirio1984 è una roccia nel settore. Un divulgatore appassionato che del fumetto ne ha fatto una ragione di vita e ne parla attraverso i suoi canali social, in particolare YouTube e Twitch. Abbiamo fatto una chiacchierata.

Perché il media fumetto viene considerato spesso inferiore al classico libro?

«Semplicemente siamo troppo legati alla tradizione. Si pensa che ciò che è tradizionale è per forza giusto. Nella realtà dei fatti non è così. L’esperienza, la storia, ci insegnano che l’essere umano si evolve spesso in meglio, qualche volta in peggio, ma ciò che dovremmo imparare a fare è essere aperti al cambiamento. La legge stessa non è perentoria, muta a seconda delle epoche, alle conoscenze e agli stili di vita. Anche l’arte è così. Personalmente non ho mai pensato che esistesse una cultura alta e una bassa. Molte persone, spesso per elitismo, questa differenza la fanno. Ciò che penso sia importante è il non fossilizzarsi: se si è lettori di libri provare a leggere dei fumetti e viceversa».

Da dove dovrebbe partire una persona avanti con gli anni per cominciare a leggere fumetti?

«Ci sono sempre un paio di consigli che ho sempre pronti per una determinata fascia d’età. Essendo anche io abbastanza grande (vado per i 40) e avendo ormai una certa maturità, consiglio due fumetti, uno occidentale e uno giapponese: “Maus” di Art Spiegelman e “I tre Adolf” di Osamu Tezuka. Fumetti che funzionano soprattutto se si è appassionati di storia. Entrambi ambientati durante la Seconda guerra mondiale, sono sostanzialmente grandi riflessioni sul male e sul bene».

In Italia c’è la piena consapevolezza del termine Otaku?

«Penso ci sia sempre bisogno di sensibilizzare su cose lontane dalla nostra cultura. Il mio libro, per esempio, si chiama “Anche mio nonno era un Otaku”. All’inizio del libro cerco proprio di spiegare il significato di questo termine: un termine onorifico utilizzato tra gli appassionati del genere e come si è poi sviluppato nel tempo, assumendo connotazioni negative anche a causa della stampa nipponica in seguito a certi fatti di cronaca e di come abbia finalmente riassunto il significato originale negli ultimi anni, ovvero quello di appassionato. Secondo me ce ne siamo riappropriati.  È un po’ come il manji, che nella cultura orientale ha una connotazione totalmente positiva (tanto da essere il simbolo dei templi buddisti sulle cartine) ma che per il restante 90% del mondo è una svastica simbolo del nazismo».

Come ti sembra la comunità di appassionati di fumetti in Italia?

«Credo sia una comunità molto positiva. Vedo tante persone litigare tra virgolette e fare dissing ma sono sempre cose che lasciano il tempo che trovano. Li faccio anche io ma mi piace molto ironizzare e polemizzare e spesso, ahimè, queste cose non vengono capite. Si passa subito a parlare di bullismo quando in realtà farsi una sana risata va sempre bene. Molti dicono “la comunità è tossica” per questo e quell’altro motivo. Se qualcuno critica ciò che amo leggere poco mi interessa, anzi, sono contento di avere un punto di interazione. Il fatto che la comunità sia sana è riscontrabile soprattutto durante le fiere o nelle occasioni di aggregazione in generale».

Qual è il messaggio più bello che tu abbia mai tratto da un fumetto?

«Lo traggo da quello che è comunque il mio fumetto preferito: “La Fenice” di Tezuka. Un messaggio solo non riesco a dirlo. È stato il manga della vita per il suo autore che l’ha portato avanti fino a quando ci ha prematuramente lasciati. Parla di tutto, dell’umanità fondamentalmente, del rapporto dell’uomo con la natura, con la scienza e il progresso, con gli animali e con gli altri uomini, dunque anche della guerra. Avendola vissuta, la guerra, Tezuka inseriva sempre un messaggio pacifista all’interno delle sue opere. In questo capolavoro lui sceglie come protagonista proprio la fenice della leggenda e la fa viaggiare attraverso i secoli e le epoche. È molto interessante, dunque, il messaggio di fratellanza di fondo».

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