Deserto e cielo. Si dice che il destino degli uomini è scritto nelle stelle e nel cielo la più lucente, per chi sa vedere, è quella dell’Orsa Maggiore: la stella di Kenshiro.

Fine del XX secolo: la Terra è ridotta in un arido deserto a causa di una guerra atomica che ha spazzato via anche la bontà e lasciato solo leggeri bagliori di umanità; sentimenti come la sopraffazione, la violenza, sono i sentimenti di coloro che impongono la legge del più forte. In questo squallore si erge la figura di Kenshiro, ultimo erede delle arti marziali della scuola di Hokuto Shinken. Egli non è solo un eroe ma è il salvatore (più vicino alla figura di un Dio punitore) giunto per spezzare le catene degli oppressi. È, come canta la bellissima sigla, l’ultimo angelo e con lui nessuno sarà più solo.

Nasce dalla mente del fumettista Buronson (pseudonimo – ispirato all’attore Charles Bronson – di Yoshiyuki Okamura) e dalla matita di Tetsuo Hara, dando vita ad una leggenda che è riuscita ad imprimersi per sempre nell’immaginario collettivo orientale ed occidentale.

Lo scenario post-apocalittico e gli abbigliamenti poveri ma ricchi di bizzarri particolarità, traggono la loro influenza dal film Mad Max del 1981 di Miller: le atmosfere crude, i grandi combattimenti senza esclusione di colpi e le situazioni di agitazione sono espressione del clima che si vive sul finire degli anni ‘90 dove imperversano film su arti marziali interpretati da grandi attori e lottatori asiatici, dai conflitti che attraversano il mondo e dalla paura della atomica e il diffondersi di una moda sgargiante ed audace.

Queste tematiche abbinate al culto per la violenza, la sua visione distorta della virilità, la commovente forza della disperazione e sentimenti nobili come l’amicizia e l’amore, di cui le pagine del fumetto sono piene, hanno dato degli insegnamenti e i seguaci dalla “divina arte di Hokuto” hanno appreso infatti nobili valori umani e morali che esulano dal semplice sfoggio della forza ingiustificata. Tutto questo, dal manga, è stato portato in una pregiata e celebre versione animata composta da 152 episodi, suddivisi in due stagioni.

Molteplici possono essere le ragioni di un così grande successo che ha reso Kenshiro un cult per tante generazioni. Innanzitutto bisogna riconoscere che è un’opera di natura drammatica, sia nelle scene che nei sentimenti.

Infatti, nonostante il guerriero sia spinto dall’amore per ritrovare la sua amata, rapita dal suo vecchio compagno Shin, questo è solo primo passo per dar vita ad una lotta intestina fratricida, poichè si scontrerà con il fratello Raoul, con i suoi demoni del passato e con i suoi legami di sangue.

“L’opera” inoltre si focalizza anche sugli aspetti umani dei guerrieri, e così le lunghe peregrinazioni e le violenti e sporche le lotte di Kenshiro si espandono verso un significato più profondo: lo portano ad affrontare avversità, a fronteggiare le diversità,  diversi si uniscono a lui, altri lo osteggiano diventando letali avversari, ma tutti sono caratterizzati da una forte personalità, tutti sono mossi da forti motivazioni dietro alle loro azioni, che possa essere la rivincita per un passato doloroso, la realizzazione di un obiettivo nobile che richiede di spargere del sangue, la lotta per la dignità dei cari o la voluta immolazione in nome di un ideale indipendentemente se sia giusto o sbagliato.

Kenshiro è riuscito a divenire mito, espressione di un mondo oppresso ma ricco di speranza, dove la forza fisica viene quasi surclassata dalla caratura di una personalità che illumina il firmamento.

 

di Salvatore Sardella

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