Il dibattito pubblico italiano è ormai diviso sulla questione migranti, tra chi condanna le politiche di Salvini e chi rilancia a colpi di #chiudiamoiporti. Vi è l’eclissi della questione più delicata e prioritaria: i metodi d’accoglienza. Nella parrocchia di S. Augusto-Tenda di Abramo (Caserta), c’è stato un nitido esempio di come dovrebbe funzionare un’accoglienza vincente e di qualità, una dimostrazione che abbiamo avuto col giorno delle nozze di Jumy e Samuel, immigrati scappati dall’inferno nigeriano e, oggi più che mai, radicati nella società italiana.

 


Il loro matrimonio è il frutto di presenza e di attenzioni assidue. «Jumy e Samuel stanno progettando il loro futuro, sono giovani e avevano smania di sposarsi, di crescere la loro famiglia. Sono i desideri di chiunque», dice Padre Pierangelo, tra i responsabili della Tenda di Abramo. L’accoglienza è possibile grazie ad una fitta rete fatta di amore, amicizia e comprensione. Principale il ruolo di “Casa Rut”, una struttura di prima accoglienza dove la giovane donna migrante trova protezione per poter iniziare un nuovo cammino verso l’integrazione all’interno del nostro Paese. Casa Rut lavora su un massimo di dieci migranti all’anno e questa è la loro forza. «Tutto questo sulle masse non sarebbe possibile», dice Suor Rita, membro fondamentale di Casa Rut. La donna migrante inizia il percorso di integrazione con altre donne nel comune percorso della maternità e nella reciproca solidarietà femminile. Suor Rita spiega che «L’integrazione deve contaminare, seminare amicizia e creare legami. Se, ad un certo punto, Casa Rut dovrà allontanarsi per dar spazio alla loro vita, queste persone andranno avanti perché si è creata la rete di legami che li accompagnerà sempre. È la stessa rete che fa in modo che gli immigrati non si sentano estranei al territorio in cui vivono e che non si alzino muri». L’integrazione è possibile anche nel mondo del lavoro. Casa Rut è riuscita, in collaborazione con le Suore Orsoline SCM, la Comunità dei Padri Sacramentini di Caserta e alcune donne immigrate a creare la cooperativa “neWhope”, un laboratorio di sartoria etnica per la formazione a favore di un lavoro che dona loro parte della dignità che cercano.

Quanto può essere importante per loro il matrimonio, oltre al valore affettivo che lega due persone che si vogliono bene? E soprattutto, che valore ha per loro sposarsi in Italia?
«È di fondamentale importanza, iniziano a creare un nucleo familiare che in questo Paese, per loro straniero, non avevano. Poterlo fare qui dona forza e Jumy e Samuel si sostengono l’uno con l’altro, iniziano a sentirsi partecipi della vita con il prossimo, ciò di cui loro hanno più bisogno. Questa è la forza della legalità: finirla di sentirsi stranieri, partecipare ed entrare in una realtà dove hanno diritti, doveri, accolgono il Paese e la sua parte giuridica».

La Tenda di Abramo non è un centro di temporanea accoglienza perché non è residenziale. Don Pierangelo definisce la loro iniziativa come «uno spazio della solidarietà della parrocchia di Sant’Augusto». E ribadisce: «Si fa presto a dire accoglienza. Fondamentali sono operatori e dipendenti, e tutti i mezzi per essere in grado di accogliere bene coloro che vengono da noi e in Italia». Una liturgia che va oltre il messaggio del Vangelo, come ci dice padre Pierangelo «la sacralità della messa deve avere un aggancio all’aspetto sociale». La storia di Jumy e Samuel diventa così un esempio per coloro che si trovano nella loro stessa situazione ma anche per chi, dall’esterno, deve saper ascoltare. «Quando le persone ricevono la fiducia e non sono allontanate danno il meglio di loro stesse», spiega Padre Giorgio. «Jumy e Samuel sono un esempio di rivincita e riscatto, ma tutto questo è stato possibile solo perché c’è stato chi li ha accompagnati. Credere nella vita per tutti e non solo per qualcuno è il primo passo per la creazione di una nuova società. Stiamo andando verso una convivialità di differenze, dove ogni nazione sarà chiamata ad accogliere altre culture e religioni, per intraprendere insieme un cammino nuovo».

Salvini, puoi sbattere i pugni finché vuoi, ma il mondo di domani sarà senza frontiere.

di Alessia Giocondo e Giovanna Cirillo

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018

 

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