José Saramago: “Siamo ciechi che vedono”

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L’abbiamo pensato tutti, con lo scoppio di quest’epidemia che, attualmente, ci costringe in casa, ciascuno ad ammazzare il tempo come può: sembra proprio l’incipit del Decamerone di Boccaccio.

Tuttavia, pur avendo la sensazione di vivere in una realtà parallela, una vita non nostra, del microcosmo bucolico nel quale si rifugia l’allegra brigata, neanche l’ombra.

Sembrerebbe, piuttosto, di essere improvvisamente diventati i protagonisti di “Cecità”, di José Saramago. Per il piattume, per l’egoismo e per l’indifferenza che ci soffoca. Per il nostro esserci ridotti a non essere quasi più persone.

La vicenda

Dello stile di Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, colpisce l’utilizzo assolutamente atipico della punteggiatura. Pochissimi punti, abbondano le virgole e le parole dei personaggi non sono mai introdotte da virgolette, quasi come se non fossero loro a proferirle. L’effetto è spiazzante e caotico, lo stesso caos che domina l’intera vicenda, che prende le mosse dallo scoppio di un’epidemia di cecità.

Uno per volta, tutti i personaggi del romanzo ne sono affetti: c’è il primo cieco, l’autista, il medico, la ragazza dagli occhiali scuri. Nessuno è mai identificato per nome, quasi come se non fossero persone. Perché è proprio questo l’obiettivo di Saramago: mostrare di cosa sono capaci gli esseri umani quando la paura li mette con le spalle al muro, quando si sentono posti, dalla società e dalla vita, di fronte ad un bivio: mors tua, vita mea.

È, questo, un principio antico quanto l’uomo, quanto il suo istinto di sopravvivenza. Se in Italia si manifesta nei supermercati presi d’assalto, l’America di questi giorni vive una situazione ben peggiore, con un’assurda corsa alle armi scatenata dal panico.

E nel romanzo stesso, proprio le armi faranno la differenza. Posti in quarantena in un locale dismesso e suddivisi in camerate, proprio come in guerra, i contagiati provano a sopravvivere alla giornata, grazie alle razioni di cibo quotidianamente fornite dal governo. Le camerate crescono di giorno in giorno, fino a quando una non prende il sopravvento sulle altre. «Trascorsa una settimana, i ciechi malvagi mandarono a dire che volevano donne. Così, semplicemente. Portateci donne»

Ciechi che minacciano altri ciechi con una pistola (che, oggettivamente, non sarebbero stati neanche capaci di usare, privati della vista), di trattenere il loro cibo.

L’unica immune all’epidemia di cecità è la moglie del medico. Proprio attraverso i suoi occhi il lettore osserva l’intera vicenda, arrivando a mettere in discussione gli stessi principi della morale, interrogandosi se, in fondo, esista realmente una morale.

È tutto irrazionale e folle. Gli altri ciechi si arrabbiano, si indignano, protestano, eppure nessuno riesce a trovare una soluzione migliore di assecondarli, dando vita ad un’escalation di stupri consenzienti per guadagnare, in cambio, la sopravvivenza.

Viene quasi da chiedersi se siano più folli i cattivi o i sani di mente, se realmente la brutalità umana possa arrivare a tanto. Può eccome. Anche nella sventura comune, può continuare a dilagare prepotente quel tentativo di sopraffazione nei confronti del prossimo che gli uomini mettono in atto quotidianamente. E l’unico modo per difendersi, secondo Saramago, è adeguarsi, utilizzando qualcosa che gli altri non hanno. In questo caso, la vista.

«Ho ammazzato, disse a voce bassa, ho voluto ammazzare e l’ho fatto. […] E quand’è che è necessario ammazzare, si domandò avvicinandosi verso l’atrio e si rispose da sola, Quando ormai è morto ciò che ancora è vivo.»

Ciechi che, pur vedendo, non vedono

Col trascorrere dei giorni la situazione degenera, fino ad arrivare al contagio di massa: poliziotti, politici. La città è pervasa dal caos. Ognuno vaga senza una meta, alla disperata ricerca di cibo, appropriandosi di qualsiasi casa disponibile, non sapendo raggiungere la propria. Nessuna guida, nessun punto di riferimento, nessun volto amico.

«Poco più avanti, la moglie del medico disse, Ci sono più morti del solito per la strada, Perché la nostra resistenza si sta esaurendo, il tempo si conclude, l’acqua si esaurisce, le malattie aumentano, il cibo si trasforma in veleno, lo hai detto tu stessa, ricordò il medico, Chissà se fra questi morti non ci saranno i miei genitori, disse la ragazza dagli occhiali scuri, e io, magari, passo accanto a loro e non li vedo, E’ una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli, disse la moglie del medico»

La questione, in realtà, è probabilmente l’esatto opposto. L’abitudine più antica dell’umanità è passare accanto ai vivi e non essere più in grado di vederli.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono».

di Teresa Coscia

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