Non sono un “nerd” titolo di cui, a mio avviso, è bello anche fregiarsi perché intende l’essere esperti di un determinato settore ma mi diletto con alcuni temi di questo mondo e quella risata -sopratutto di Hamill – che scaturisce da un ghigno smisurato e provocatorio a mostrare una chiosa di denti affilati e spesso in pessimo stato su cui si dimena una lingua tra il lascivo e l’irritante, saprei riconoscerla anche da sordo.

Joker, letteralmente “il burlone”, è uno degli storici antagonisti di Batman, il (fantastico) giustiziere mascherato della DC Comics: nasce con lui, sul primissimo numero di Batman nel 1940, e diventa la nemesi assoluta, uno degli antagonisti più difficili da sconfiggere, più di qualsiasi altro super-cattivo.
È un personaggio che da sempre mi affascina e mi inquieta perché è un genio infernale che compie molteplici atti di violenza per il semplice e puro piacere di commetterli. Non ha un fine, uno scopo, è incontrollabile.
Si descrive come un “agente del caos” che semina terrore per la città di Gotham solo per soddisfare il suo diletto.
Pare essere un avversario senza punti deboli, forse proprio perché – seguendo soltanto il piacere – non ha un vero e proprio scopo: è l’essenza dell’anarchia psichica che vuole rovesciare e diffondere nella vie di Gotham come un virus letale ma a sua detta “liberatoria”.

Della sua infanzia e della adolescenza si conosce poco, specialmente a causa della sua abitudine alla menzogna. Infatti, egli ha sviluppato differenti versioni dei suoi primi anni di vita, in modo quasi mitopoietico, fino a non essere più sicuro di quale sia quella reale. Figlio di un padre violento o di una madre alcolizzata, o ancora di essere orfano.

Anche delle sue origini come criminale ci sono due versioni. Una – “The Man Behind the Red Hood” – in cui è capo di una banda e l’altra – “Batman: The Killing Joke” – in cui è ex dipendente di una fabbrica, dalla quale si è licenziato che si è licenziato per iniziare una carriera come comico, ma non fa fortuna e per uscire dalla miseria, guida nella fabbrica un gruppo di malavitosi. Il giorno stesso del colpo, sua moglie muore ma è troppo tardi tirarsi indietro con la banda di criminali.

Il resto si svolge in modo tradizionale: l’inseguimento, la caduta nelle sostanze chimiche, il cambiamento esteriore e interiore di colui che diviene Joker.
Ma questa patogenesi così semplicistica non convince neanche lo sceneggiatore che, in effetti, nell’intero volume ci mostra che questa è la spiegazione per la propria follia che si dà il Joker stesso.

“Se devo avere un passato preferisco che sia a risposta multipla.”

Peculiarità del suo carattere sono la teatralità istrionica e artefatta, il gusto per la provocazione, la scarsa inibizione unita al desiderio di manipolare, l’imprevedibilità e l’aggressività; tutto si riflette nei tipi di crimini che commette: le rapine in banca che hanno un carattere utilitaristico, ed un tipo più legato al suo bisogno sadico di creare grandiosi massacri per il puro gusto di farlo.
Ha una sua personale visione del mondo, pesantemente deformata dal suo punto di vista: “La follia è l’uscita di sicurezza. Puoi semplicemente tirartene fuori e chiuderti alle spalle la porta che conduce a tutte quelle cose terribili che sono successe. Le puoi chiudere fuori… Per sempre.”

Una piccola nota conclusiva va fatta riguardo la diatriba che si instaura per le rappresentazioni cinematografiche del personaggio. Sarò sintetico: me ne tiro fuori perché un personaggio così complesso non può avere una rappresentazione univoca né dal punto di vista mentale né da quello criminale.
Iniziando da Romero, Nicholson, Ledger, Leto, Monaghan, fino a giungere al prossimo di Phoenix, non posso far altro che…fare un bel sorriso. E poi ridere. Di gusto e paura.

di Salvatore Sardella

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