Joker, Joker, Joker. Joker qua, Joker là, Joker bleah! Cosa? Una vocina mi ronza nella testa e mi consiglia di spiegarmi.

Va bene, ci provo. Il 3 ottobre, nei cinema italiani, è uscito il “Joker” di Todd Phillips. Un ottimo film che ha tentato di rispondere alla domanda: “Come è nato l’alter ego cattivo di Batman?” Bello davvero, leone d’oro a Venezia strameritato.

Ma, ma, ma, c’è sempre un ma, la pellicola – com’è strana la lingua, se scrivo pellicola tutti capiscono che sto parlando di un film, anche se è realizzato in formato digitale – ha scatenato un’ondata di grafomania incontrollabile. Le recensioni sono sbocciate come rose a primavera, putride, puzzolenti, nere rose di primavera. Sì, avete capito bene. Facevano quasi tutte schifo. E no, avete capito male. Non sto per scriverne una. Volevo, però, riallacciarmi ad uno spunto che mi ha regalato una di queste, per parlare della nostra società.

Siamo più simili a Joker o Batman?

La mia risposta: a nessuno dei due, perché non siamo pazzi. Ho scoperto l’acqua calda? A me invece sembra di aver aperto il vaso di Pandora. Il capitalismo è una brutta bestia. Tutta la nostra vita ne è stata influenzata. Per esempio: all’università, bisogna guadagnare crediti. E se al liceo non sei preparato? Ti do un debito da recuperare. Quella ragazza è intelligente, simpatica, ma io sono più bello, quindi non potrei ottenere la stessa quantità di benefici che io invece potrei darle. Non viene rispettato il principio del dare e avere. Andiamo a piedi? No, andiamo in macchina, risparmiamo tempo. Negli esempi sovrastanti ho elencato tutta una serie di azioni che apparentemente sono distanti dall’economia, eppure la presenza di termini inerenti a quella sfera del sapere è spropositata. Il turbocapitalismo ci ha cambiati alla radice. A causa di questo cambiamento, gli uomini si sono isolati.

Il guadagno è diventata la prima preoccupazione anche nei rapporti interpersonali. Chiariamo, non voglio dire che non esistono più relazioni genuine, tuttavia è oggettivo che il numero di quelle non genuine stia aumentando a discapito di queste ultime. La società capitalistica è la società della solitudine, quella che genera mostri. Suona familiare? Se siete stati al cinema nelle ultime settimane, dovrebbe. Ci tengo però a specificare che quei mostri non siamo noi. Noi non assomigliamo a Batman, non combattiamo il crimine – omertà, parola nota – e non assomigliamo a Joker, perché per quanto ci sentiamo emarginati, non lo siamo davvero. Molti hanno provato empatia per il clown dei clown, per la rivolta da lui scatenata. Ma se davvero una rivolta dovesse scoppiare, noi saremmo i tre ragazzi molesti morti in metropolitana.

Ci ostiniamo a recitare la parte delle vittime del sistema, quando, nella maggior parte dei casi, siamo ingranaggi del sistema che osteggiamo. Il problema è che non ci piace ammetterlo. I fumetti sono pieni di assassini che trasformano il proprio dolore in furia omicida. La realtà è diversa. C’è senza dubbio chi compie atti efferati a danno del prossimo, ma le vittime della solitudine di solito colpiscono prima loro stesse. Non si amano, si sentono inutili in quanto non godono del frutto del proprio lavoro, non riescono ad amare a loro volta, si suicidano. Quanta tristezza si nasconde dentro un’esistenza, per decidere di troncarla di netto? Quanta solitudine? Non siamo ancora in grado di rispondere ad una domanda così fastidiosa. Una cosa è certa. La nostra società sta fallendo e noi insieme a lei. Finché continueremo a pensare di essere le vittime e non i carnefici, non ci sarà margine di miglioramento. Quando ci renderemo conto di essere i primi a dover chiedere scusa, forse, solo allora, un raggio di luce riscalderà l’Occidente.

di Marco Cutillo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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