Jan Fabre, oro rosso: sculture d’oro e corallo, disegni di sangue

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Addentrarsi in un mondo esoterico. Ecco cos’è stato per me vedere queste “sculture d’oro e corallo e disegni di sangue”.

Sembra volessero, semplicemente osservandole, insegnare una dottrina segreta, un’iniziazione, una spiegazione del mondo rivelata in un consesso scelto, isolato dall’esterno e dalla moltitudine.
Le opere di Jan Fabre (artista belga di fama mondiale), imprimono un messaggio che è molto soggettivo, ma affascinante. Al Museo e Real Bosco di Capodimonte, l’artista espone un gruppo di lavori in dialogo con una selezione speciale di opere d’arte provenienti dalla collezione permanente del museo e da altre istituzioni museali napoletane.

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La mostra, dal titolo “Oro Rosso. Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue”, curata da Stefano Causa insieme a Blandine Gwizdala, vede sculture in oro e disegni di sangue creati dall’artista dagli anni Settanta ad oggi.

Le opere di Fabre si pongono in dialogo con alcuni capolavori pittorici e splendidi oggetti d’arte decorativa di epoca rinascimentale, manierista e barocca selezionati da Stefano Causa, come dice lo stesso curatore:
«Fabre racconta, in una lingua non troppo diversa, una vicenda di metamorfosi incessanti; di materiali che mutano destinazione e funzione. Una storia di sangue e umori corporali, inganni e trappole del senso; pietre preziose, coralli e scarabei, usciti a pioggia dai residuati di una tomba egizia, frammenti di armature, sequenze di numeri e citazioni dalle Scritture, dentro un universo centrifugo di segni che, talvolta, diventa un sottobosco nel quale calarsi con i pennellini di uno specialista fiammingo di nature morte».

Particolarmente interessanti sono le opere realizzate col sangue, che l’artista definisce “oro”.

Questa sua particolarità di disegnare e dipingere con il sangue trova origine in una sua dichiarazione al Giornale notturno I, Bruges, 15 maggio 1978, nella quale afferma:
«Ho comprato delle lamette Gillette. E nella mia stanzetta d’albergo mi sono tagliato la fronte. Ho fatto sgocciolare il sangue del mio pensiero. È diventato una serie di bei disegni.
(Avevo l’eccitante sensazione di star facendo qualcosa di proibito)».
Da qui si ricava l’esoterismo, si ritrovano le profonde motivazioni di Jan Fabre, le sue idee, il suo manifesto poetico e intimo.
In tutte le opere emerge un attaccamento, ma allo stesso tempo un contrasto con la religione cristiana, quasi un “odi et amo” espresso da una serie di disegni intitolati “My blood, My religions”.
«È un sacro dovere studiare e liberare il corpo. Nel teatro e nelle arti visive. Il mio catechismo: l’arte è il padre, la bellezza, il figlio e la libertà, lo spirito santo.» (Giornale notturno I Anversa, 10 dicembre 1983)

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Realizzate appositamente per il Museo e Real Bosco di Capodimonte ci sono anche dieci opere realizzate in corallo, l’“oro rosso”. Opere forti, ma incantevoli, che fanno percepire la grandezza espressiva di questo artista.
Il corallo mutato nella sua forma naturale è ricomposto generando un suo autoritratto dal titolo “Self portrait with tongue of love” del 2019 e di proprietà dell’artista, parte della serie “coral sculptures”.
Fanno parte delle “coral sculptures” teschi compositi da piccole rose di corallo, cuori anatomici, croci, globi e spade realizzate in frammenti del cosiddetto oro rosso. Si genera un microcosmo filosofico ed evocativo di fondo, dal sapore esoterico, contrasto fra bene e male.
Nello sguardo vuoto dei suoi teschi troviamo un archetipo della storia come il “memento mori” in stretta connessione con quello in mosaico ritrovato negli scavi di Pompei, celebrazione della temporalità della vita umana.

di Flavia Trombetta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°198
OTTOBRE 2019

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