“J’Accuse” è il titolo dell’editoriale pubblicato da Emile Zola il 13 gennaio 1898 sul giornale socialista “L’Aurore” e dell’omonimo film, in tutte le sale italiane dallo scorso novembre.

Nell’autunno del 1894, Alfred Dreyfus, ufficiale della Terza Repubblica francese, viene accusato di alto tradimento per aver avviato una trattativa con l’Impero tedesco. Unica prova della sua colpevolezza, la somiglianza fra la sua calligrafia e quella della lettera anonima intercettata. L’altra sua colpa era la sua origine: era un ebreo. All’opinione pubblica internazionale è immediatamente chiara l’infondatezza dell’accusa, la mancanza di prove, ma non basta a scagionare Dreyfus, che dopo un processo a porte chiuse, viene condannato ai lavori forzati nella colonia dell’Isola del Diavolo.

Si sa, la verità prima o poi viene a galla: Dreyfus è innocente e, ben presto, il governo francese è sommerso da documenti e prove che lo testimoniano.

Sembra quasi di parlare del 21° secolo. L’editoriale di Zola è una denuncia ferocissima, ma, allo stesso tempo, un grido di rivolta, l’emblema di un giornalismo incapace di tacere di fronte alle brutalità di quella che, allora, non era ancora “Storia”. J’Accuse costerà la vita a Zola, è la morte di un giornalista e di uno scrittore scomodo, come la verità che proclamava. Che però, nonostante tutto, continueranno a venire a galla. Di seguito un passo dell’editoriale: «Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù, nella più spaventosa delle torture, un crimine che non ha commesso (…).

di Teresa Coscia

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

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