Questo febbraio si svolgeva presso il Colosseo la quinta edizione dell’IveliseCineFestival (sì, è così che lo chiama il sito ufficiale), ed essendo studente di cinema e film-making nonché perennemente curioso verso il cinema indipendente, ho deciso di passare a dare un’occhiata ai film in concorso. Dopotutto, si tratta di supportare il cinema indipendente italiano. Ironico, dunque, che il film migliore della proiezione a cui ho assistito sia stato…iraniano.

Tutto sommato sono solo due lettere di differenza, no?

Scherzi a parte, The Role di Farnoosh Samadi è una coproduzione italo-iraniana; la stessa Samadi ha frequentato l’Accademia di Belle Arti a Roma, e ha già fatto diversi corti in italiano in passato, e questo suo ultimo cortometraggio è forse più universale che unicamente iraniano, perché la componente iraniana si sente appena, nella lingua e nei veli sulle donne, e il tema, l’emancipazione della donna dal semplice ruolo di moglie e madre, è globale. Il film parla infatti di questa donna che accompagna il marito a un provino, portandosi la figlia piccola dietro. Il marito, il quale sta provando per il ruolo di un uomo che deve difendersi in tribunale dall’aver picchiato la moglie, è rigido, non riesce a fare neppure il minimo sindacale; per usare il gergo tecnico, è un cane. Il casting director decide di farlo provare insieme alla moglie, con se stesso nel ruolo del giudice e la donna nel ruolo della vittima. La conversazione si fa improvvisamente realistica, anzi reale—fin troppo reale. Il casting director li fa quindi fermare, cestina l’uomo e propone alla donna il ruolo della vittima; nonostante l’entusiasmo della donna l’uomo però protesta, e fa pressioni sulla donna per rifiutare, citando come ragioni il fatto che non ha diritto a considerarsi un’attrice dopo un’unica lettura e che deve rimanere a casa a prendersi cura della bambina. Non è così esplicito, ovviamente: è un discorso sottile, subdolo, passivo-aggressivo e vittimista come tutte le pressioni reali tendono ad essere. Ti mette un’ansia palpabile, perché smette di essere cinema e diventa realtà. E quando la donna, di nascosto dal marito, decide di accettare comunque l’offerta, non vi è catarsi. La paura rimane, insieme al coraggio.

Certo, poi ci sono stati anche corti italiani degni di attenzione. Amare Affondo di Matteo Russo è la storia tormentata e tragica di due giovani omosessuali nella profonda Sicilia, che colpisce… a fondo (battute a parte, è profondamente realistico, anche se ritengo che ne abbiamo abbastanza di coppie omosessuali cinematografiche condannate all’infelicità solo in quanto tali. Mille Scudi di Serena Corvaglia è un thriller storico abbastanza riuscito, anch’esso ambientato in Sicilia ma nel XIX secolo: tratta di una coppia di fuggiaschi in cui la nascita di un bambino crea una spaccatura che risulta poi in tragedia; l’esecuzione tecnica ha dei momenti no e dei momenti invece stellari, ma la sceneggiatura funziona.

Mi sono divertito particolarmente, però, con Siamo la Fine del Mondo di Guglielmo Poggi, trasposizione italiana della vicenda reale di Katya e Denis, due quindicenni russi che nel 2016 si sono chiusi in una soffitta dopo aver ferito una donna (la madre di Katya) e hanno filmato il proprio suicidio in diretta su Periscope: il film è irriverente, con i due che sparano frasi fatte con la più assoluta sincerità e usano i negoziatori della polizia come bersagli per il tirassegno, trasportando la tragedia in black comedy pura—che sia stato intenzionale o meno, poco importa, il film è fantastico così.

Highlights molto diversi fra loro di una proiezione in cui l’attenzione sembrava essere concentrata più sulla fotografia e lo stile che sui contenuti e la sostanza. Tuttavia nonostante le differenze si tratta di storie intelligenti, e se fra tutte e quattro io ho acclamato in primis The Role è per una ragione ben precisa. In un momento di paura, diffidenza e piccole quanto palesi sopraffazioni e oppressioni quotidiane come questo, uno sforzo di multiculturalismo, anche dal più piccolo festival, è una ventata d’aria fresca. Un momento di coraggio—per il quale la storia più adatta è appunto una sul coraggio più grande di tutti.

 

di Lorenzo La bella

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