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Ius Scholae: cambiare il futuro di molti studenti stranieri

Cristina Siciliano 19/09/2022
Updated 2022/09/19 at 10:18 PM
8 Minuti per la lettura

L’avvocato Hilarry Sedu ha espresso le sue opinioni in merito al testo di riforma sulla cittadinanza che costituirebbe un importante passo avanti per il riconoscimento dei diritti di tanti bambini/e e adolescenti stranieri. In principio era lo Ius soli adesso è lo Ius Scholae.

La riforma della cittadinanza, arrivata in aula alla Camera il 29 giugno, è un tema più volte sollevato nella politica negli ultimi dieci anni. Il testo punta a riconoscere il ruolo della scuola consentendo a quasi un milione di under 18 (nati in Italia o arrivati entro i 12 anni) la possibilità di chiedere la cittadinanza italiana dopo aver frequentato almeno 5 anni di scuola.

Oggi, un bambino è italiano se ha la cittadinanza italiana uno dei due genitori. Chi nasce in Italia da genitori stranieri può richiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto diciotto anni e aver risieduto in Italia legalmente e ininterrottamente. Sono attualmente 850mila i figli di immigrati, nati o cresciuti in Italia, senza cittadinanza.

All’interno delle scuole, purtroppo, non esiste questa differenza, i ragazzi non la sentono, ma per la legge ci sono decine di migliaia di bambini che non hanno gli stessi diritti dei loro compagni. La politica lo sa da tempo. Già nel 2015 è stata approvata alla Camera la proposta di legge sullo Ius Culturae. Mai si è arrivati a una legge, se non a quella parziale dello Ius Soli sportivo. Per provare a far luce abbiamo intervistato l’avvocato Hilarry Sedu, autore e sostenitore del disegno di legge sullo Ius Scholae.

L’intervista a Hilarry Sedu

La proposta di legge che prevede il diritto alla cittadinanza italiana per minori che abbiano frequentato almeno un ciclo scolastico di 5 anni ha subito un ostruzionismo parlamentare che di fatto la sta affossando. Ma perché è così osteggiata?

«È osteggiata perché in Italia siamo ancorati ad una vetusta veduta per quanto riguarda l’italianità e il genere del cittadino italiano autoctono. A parer mio, è legato anche ad un fatto etnico perché si tende a pensare che il cittadino italiano sia colui esclusivamente di pelle bianca. Ed anche se questi cittadini parlano in italiano e si esprimono perfettamente nelle forme idiomatiche e nel dialetto italiano, vengono ancora visti come stranieri, quando invece, queste persone a livello identitario nascono nel nucleo predominante culturale italiano».

Qual è la differenza tra lo Ius Sanguinis, lo Ius Soli e lo Ius Scholae?

«Lo ius soli è il riconoscimento della cittadinanza italiana applicata su un solo criterio, ossia il criterio della nascita sul suolo: chi nasce in una nazione è cittadino di quella nazione. Non è un criterio perfetto, ad esempio l’Italia che è esposta nel cuore del Mediterraneo e quindi è luogo di approdi, può generare una serie di difficoltà. Ad esempio, ci ritroveremo gente con il passaporto italiano ma che non conosce neanche una parola d’italiano perché nel frattempo vive altrove. Così come lo ius soli, anche lo ius sanguinis è imperfetto. Infatti, quest’ultimo sancisce il riconoscimento della cittadinanza italiana a coloro che hanno avuto il trisavolo cittadino italiano. Quindi stiamo parlando di qualcosa di obsoleto per i tempi che corrono. Invece, lo Ius Scholae non vuole fare altro che essere una linea mediante tra lo Ius soli e lo Ius sanguinis e stare al passo soprattutto con i tempi, cioè riconoscere il cittadino italiano non solo dal colore della pelle, ma perché parla e padroneggia la lingua italiana e si esprime nelle sue forme idiomatiche. E quindi un criterio oggettivo è quello del riconoscimento per chi ha compiuto un percorso scolastico dove nascono le identità dei futuri cittadini italiani».

Dal punto di vista economico, questo tipo di legge che effetto potrebbe avere nel nostro Paese?

«I figli degli immigrati che sono nati e cresciuti in Italia potranno partecipare ai concorsi pubblici. Ricordiamoci che questi sono ragazzi sui quali lo Stato italiano investe milioni di euro ogni anno, perché nell’età dell’obbligo scolastico il cittadino straniero deve, per legge, mandare i propri figli a scuola. E la scuola è pubblica e gratuita e quindi paga lo Stato italiano che investe nella formazione di cittadini che poi, al diciottesimo anno di età non riconoscerebbe come suo cittadino. Parliamo di investimenti a vuoto».

Per i ragazzini che vivono in Italia ma l’Italia li considera “non italiani”, come si riversa questo in ambito psicologico?

«Le conseguenze di non essere riconosciuti come cittadini italiani, in un’età tra i 12 e 15 anni, può portare ad una sorta di risentimento, perché questi ragazzi vorrebbero partecipare alle attività scolastiche al pari dei loro compagni. Per non parlare poi, del senso di frustrazione che un giovane, nato e cresciuto sotto esclusiva giurisdizione italiana, che ha imparato a parlare in Italia, che si emoziona con l’inno di Mameli, che si sente pienamente italiano, prova quando è mandato via dall’Italia e trasferito al Paese dei suoi genitori, dove però si sente uno straniero. Quindi è paradossale perché noi andiamo a toccare un sacrosanto principio che è quello dell’identità che appartiene alla psiche di queste persone».

Attualmente quale paese europeo si avvicina di più all’anima di questa legge?

«Quasi tutti. Ad esempio, se si va in Svizzera dopo cinque anni che si frequentano le scuole si può chiedere la cittadinanza svizzera. Così come accade in Inghilterra, dove è necessario, per ottenere la cittadinanza, che si nasca in Inghilterra e che i propri genitori abbiano un regolare permesso di soggiorno. Siamo noi che in Italia ci troviamo abbondantemente indietro e quindi dobbiamo fare qualcosa per recuperare e tutelare il senso di appartenenza a questa Nazione».

È evidente che lo Ius Scholae resti una fondamentale e non più procrastinabile battaglia di civiltà. Quali sono i suoi pronostici?

«Riguardo a questa legislatura io sono molto scettico che lo Ius Scholae possa essere calendarizzato oppure oggetto dei punti di interesse del Governo. Sinceramente, auspico ed auguro all’Italia di approvarlo nella prossima legislatura e capire che ormai i tempi sono maturi. Basti pensare che il prossimo primo ministro in Inghilterra potrebbe essere una persona nigeriana, oppure una persona di origine pakistana. Quindi noi dobbiamo badare alla sostanza dell’essere di questi ragazzi piuttosto che alla diversità del colore della loro pelle». 

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