Che l’Italia abbia un problema generale di basso livello dei salari, è innegabile. Altrettanto è che esista un differenziale retributivo tra maschi e femmine. E tra giovani ed adulti.

È uscito, in questi giorni, un nuovo rapporto Istat sui differenziali retributivi in Italia. Dai dati, relativi al 2017, è emerso che il gender pay gap è ancora presente, con una variazione in busta paga tra uomini e donne che arriva fino al 7,4%. Scrive la Commissione Europea in uno specifico rapporto che “La parità di genere rappresenta uno dei valori fondamentali dell’Unione Europea. Eppure, sul lavoro la realtà è diversa. Nell’UE le donne, nei vari settori economici, guadagnano in media oltre il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini. Questo divario retributivo di genere è rimasto stabile negli ultimi 5 anni”.

Ampio anche il divario negli stipendi di lavoratori italiani e stranieri, che si attesta al 13,8%. In generale, rispetto al 2014 c’è stata una crescita dell’1,7% nella retribuzione oraria. Prima dell’ISTAT, è stato il CENSIS nel 53° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2019 a segnalare nel capitolo «La società italiana al 2019» alcune evidenti storture. Si legge: “Sono invece 2.113.000 i lavoratori – anche in questo caso escludendo i lavoratori agricoli e non annoverando nel totale i lavoratori domestici – che hanno più di un rapporto di lavoro. Di questi, 913.000 ricevono una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi per almeno un rapporto di lavoro di quelli in essere. In base a queste analisi, i lavoratori con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi sarebbero pari a 2.941.000, di cui il 53% costituito da uomini (1.564.000) e il 47% da donne (1.377.000). Circa un terzo di chi è sotto i 9 euro ha un’età compresa tra 15 e 29 anni (circa un milione di lavoratori), mentre la classe centrale di 30-49 anni copre il 47% del totale (quasi 1,4 milioni). Tra i più anziani restano sotto la soglia 518.000 lavoratori, mentre la concentrazione maggiore, dal lato della qualifica contrattuale, riguarda gli operai, che costituiscono il 79% del totale”. In sostanza, 8 operai su 10 in Italia ricevono una remunerazione inferiore a quella che sarà presumibilmente il livello base della retribuzione stabilita per legge.

Secondo l’ISTAT nel 2017 i lavoratori dipendenti del privato guadagnavano in media 11,25 euro l’ora, ma più di sei su cento erano sotto la soglia dei 7,5 euro. Tra uomini e donne un gap del 7,4%, forbice ancora più ampia per gli stranieri. Tra Sud e Nord-Ovest divario del 16,2%. Sono tanti gli elementi che fanno ricca o povera una busta paga: se si è nati in Italia o nati all’estero; uomini e donne; al Sud o al Nord, se sei a tempo pieno o part-time. Se sei “giovane” o meno, ci soffermiamo su alcuni. Si scopre così che tra maschi e femmine la differenza è il 7,4% in busta paga, una forbice che sale al 13,8% tra nati in Italia e stranieri. In linea generale, a fronte di una retribuzione mediana di 11,25 euro per ora retribuita tra i 18,8 milioni di lavoratori dipendenti privati (esclusa l’agricoltura), il 6,3% degli stipendi è da “low pay job” (lavoretti insomma), ovvero sotto i 7,5 euro che rappresentano i due terzi della mediana. Per le tipologie di lavoro più diffuse, ovvero i contratti a tempo indeterminato (pari al 65,5% dei rapporti totali campionati) e i contratti a tempo pieno (pari al 68,3% dei rapporti totali) presentano una retribuzione oraria più alta rispetto alle altre tipologie. In particolare, la retribuzione oraria mediana dei lavoratori con contratto full-time (11,98 euro) è del 19% superiore a quella dei part-time, mentre per i rapporti di lavoro a tempo indeterminato il differenziale retributivo è più alto del 17,4% rispetto a quelli a tempo determinato. Per i giovani il decennio della crisi ha evidenziato profonde disuguaglianze salariali che riguardano soprattutto la fascia tra i 15 e i 34 anni, la quale guadagna mediamente il 21% in meno rispetto alla media: è questo l’altro lato della medaglia di chi ha la “fortuna” di avere quell’età. Due anni fa il rapporto “+ Salari – Disuguaglianze”, realizzato da Fisac Cgil e Isrf Lab calcolò che, nel periodo di crisi, un giovane under 35 ha guadagnato oltre 4mila euro in meno all’anno, rispetto al salario medio. Ha quindi avuto complessivamente minori entrate per 40mila euro. I giovani sono sempre tra i più penalizzati, ma a vedere che il proprio salario ha il segno meno rispetto alla media non sono i soli. I lavoratori del sud, secondo quel rapporto, rispetto a quelli del nord guadagnano il 14% in meno, le donne rispetto agli uomini il 20%, i precari il 23%, gli stranieri Ue il 18% mentre quelli extra Ue il 23%. D’altronde come si può dimenticare la gaffe del governo Renzi, il famoso invito ad investire in Italia rivolto agli stranieri (!???)

Il senso era: venite da noi dove “gli stipendi sono più bassi della media europea” (è quanto reclamizzava il Governo Italiano in una brochure ospitata sul sito investinitaly.com, portale dell’Ice che reca il logo del Ministero dello Sviluppo Economico e distribuita a Milano, durante la presentazione del piano nazionale Industria 4.0). Che poi è, amaramente, la verità: un neolaureato in Italia guadagna in media 28.827 euro lordi annui, in Slovenia 32.475, in Francia 36.809, in Germania 49.341, in Svizzera 73.370. La contrattazione nazionale in questi anni ha provato a liberare i salari dalle due gabbie in cui sono costretti: da un lato c’è il cuneo fiscale molto elevato, dall’altro c’è la mancata redistribuzione della produttività. Il recupero della produttività però non basta.

Nel 2017 la retribuzione oraria mediana andava dai 10,03 euro dei giovani (classe di eta’ 15-29 anni) ai 12,46 euro dei lavoratori più anziani (età maggiore o uguale a 50 anni).

Esiste o non esiste una questione salariale nel nostro paese? I dati sembrano dire di sì. Al ritmo di cambiamento attuale verrà colmato solo all’inizio del prossimo millennio. Non è incoraggiante.

 

di Nicola Dario

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