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Italia al voto: cosa c’è da sapere

Rossella Schender 20/09/2022
Updated 2022/09/21 at 9:43 PM
14 Minuti per la lettura

L’Italia è chiamata alle urne domenica 25 settembre. Gli italiani dovranno decidere per il rinnovo del parlamento a seguito della crisi che ha condotto alla caduta del governo Draghi. In campagna elettorale i partiti si sono incontrati e scontrati sui punti più disparati, alcuni meno chiari di altri.

Oggetto di discussioni da mesi risultano essere lo Ius Scholae, la scelta tra energia nucleare o rinnovabile, il dibattito tra flat tax e tassazione progressiva, oltre che la patrimoniale e l’introduzione del salario minimo. Abbiamo cercato dunque di sciogliere i dubbi più comuni, spiegando brevemente questi punti.

Cos’è lo Ius Scholae?

Lo Ius Scholae è un testo di riforma della cittadinanza. Questo ”prevede che possa acquistare la cittadinanza il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età” qualora ”abbia risieduto legalmente e senza interruzioni” nel Paese e ”abbia frequentato nel territorio nazionale, per almeno 5 anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione”. Tuttavia l’adozione del testo base, presentato dal parlamentare Giuseppe Brescia del M5S, rappresenta solo un primo passo verso l’eventuale approvazione di una riforma della cittadinanza. Prima di arrivare a un voto da parte di Camera e Senato, il testo potrà subire ulteriori modifiche attraverso gli emendamenti.

Attualmente la legislazione italiana sulla cittadinanza prevede solo lo Ius sanguinis. La norma 91/1992 secondo cui una bambina o un bambino hanno nazionalità italiana solo se ce l’ha anche uno dei due genitori. Mentre chi nasce da genitori stranieri, sul suolo italiano, può richiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto diciotto anni e aver risieduto in Italia legalmente e ininterrottamente. In questo modo però, la legge esclude migliaia di minori dai diritti connessi alla cittadinanza italiana, nonostante vivano e crescano nel paese per anni. Inoltre li lega alla condizione dei genitori il cui permesso di soggiorno potrebbe scadere e costringere tutta la famiglia a lasciare il paese. Questo compromettendo la continuità di residenza necessaria per la cittadinanza.

Il possesso della cittadinanza risulta un elemento fondamentale nella vita delle nuove generazioni. Non solo in termini di socialità e partecipazione ma anche di risorse cognitive e culturali.

Energia rinnovabile, da fonti fossili e nucleare: le differenze

Lo scontro tra energia rinnovabile, nucleare o da fonti fossili è tra i più accesi di questa campagna elettorale. Senza schierarsi per l’una o le altre è utile chiarire alcuni punti fondamentali. Primo su tutti è: quali sono le energie rinnovabili? Chiamate così in quanto è la natura stessa a rinnovarle, le fonti di energia rinnovabili sono: eolico, fotovoltaico, idroelettrico e le biomasse. Ma, se chiara risulta a tutti la “rinnovabilità” di queste lo stesso non si può dire della ”non rinnovabilità” delle fonti fossili. O ancora se l’uranio con cui si produce elettricità da fonte nucleare sia da considerarsi rinnovabile o fossile.

Le attuali riserve di petrolio, gas naturale e carbone sono limitate. Un giorno finiranno, anche se esperti e scienziati non sono d’accordo su quando tale giorno arriverà. Un ruolo fondamentale sull’esaurimento di tali riserve lo gioca l’equilibrio tra quante fonti fossili consumiamo ogni anno e quante ne riusciamo a estrarre dalle viscere della Terra. Il giorno in cui le avremo estratte tutte, bisognerà attendere milioni di anni prima di averne ancora. Questo perché petrolio, gas e carbone, come dice la stessa definizione di “fossili” si creano nel sottosuolo dopo milioni di anni durante i quali enormi masse di materiale organico si accumulano, compattano e infine trasformano in molecole ricche di energia, sotto forma di carbonio.

Stando a questa stretta definizione, quindi, l’uranio che serve a produrre l’energia elettrica che comunemente definiamo ”energia nucleare” non è una fonte fossile. Questo perché è un elemento presente in alcune rocce terrestri e non deriva da un processo di ”fossilizzazione”. A differenza dunque delle fonti fossili sopracitate, non emette carbonio quando viene utilizzato per produrre calore ed energia elettrica. Si può affermare quindi che il nucleare non contribuisce al riscaldamento globale e ai cambiamenti climatici.

Al contempo però il nucleare non è assolutamente una fonte rinnovabile. La natura, infatti, non produce quotidianamente le tonnellate di uranio che l’uomo consuma tutti i giorni per produrre energia, e non torna indietro quando finisce. I veri punti dolenti dell’energia nucleare sono due: la sicurezza dei reattori – in particolar modo nel nocciolo del reattore – e la gestione delle scorie radioattive. Per quanto riguarda la sicurezza, è ormai chiaro a tutti che produrre energia dall’uranio è rischioso. Con oltre quattrocento reattori sparsi per il mondo il rischio di incidenti nucleari, piccoli e grandi, è sempre in agguato. Ma è la gestione delle scorie nucleari il problema che, guardando al futuro, preoccupa di più. Le scorie, che restano radioattive per secoli, vanno gestite in siti sicuri e che anche tra 200 anni potranno resistere ad attacchi terroristici, terremoti, maremoti ecc.

L’Italia tra flat tax e tassazione progressiva

Tra scontri a suon di percentuali di tassazione e accuse di lasciare da parte la fetta d’Italia non del tutto agiata, è sicuramente il caso di parlare di flat tax e tassazione progressiva.

Attualmente la tassazione delle entrate in Italia è progressiva. Ciò significa che maggiore è il reddito, maggiore sarà l’aliquota dell’imposta dovuta. Nel 2018 si è stabilito che l’aliquota fiscale per un individuo debba essere compresa tra il 23% e il 43%. Oltre all’imposta diretta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), vi è anche un addizionale regionale dello 0,7% – 3,33% e un addizionale comunale dello 0% – 0,9%. L’aliquota che invece è calcolata sulle società italiane (IRES) è del 24%. Mentre l’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP), istituita con il decreto legislativo 446/1997 dal governo Prodi, e successivamente divenuta una tassa con l’obiettivo di finanziare il Fondo Sanitario Nazionale, ha un’aliquota ordinaria del 3,9% e sale fino all’8,5% per amministrazioni ed enti pubblici.

In tutti i paesi dove viene applicato il sistema fiscale progressivo, le aliquote fiscali differenziate impongono ai contribuenti con reddito più elevato aliquote percentuali maggiori del loro reddito, e concedono aliquote più basse ai contribuenti con i redditi più bassi. 

In un sistema fiscale “flat” ogni contribuente pagherebbe le tasse imposte indipendentemente dal reddito. Tale sistema può essere considerato equo, nel senso che applica un approccio razionale alla tassazione. Ma lo schierarsi da un lato piuttosto che dall’altro potrebbe risultare equo o ingiusto a seconda di chi beneficia o meno del sistema di tassazione. Chi supporta il sistema fiscale progressista sostiene che i salari più alti consentono alle persone benestanti di pagare tasse più alte, e che questo sistema sia giusto perché riduce il carico fiscale alle classi più povere. La progressività in Italia è un principio storico, simbolo dello Stato e rimarcato dall’articolo 53 comma 2 della Costituzione che cita: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

La patrimoniale è giusta?

Non discostandoci dal tema della tassazione, è inevitabile non citare la tanto discussa patrimoniale. Ma cos’è? La patrimoniale è un’imposta che colpisce il patrimonio, sia mobile che immobile. Può colpire le persone fisiche, quindi i privati, e le persone giuridiche quindi società, associazioni, cooperative, enti, ecc. La patrimoniale può colpire indistintamente categorie di beni che vanno dalle azioni, agli immobili, al denaro, proseguendo per obbligazioni ecc.

Può essere distinta in fissa, se viene versata indistintamente da tutti i contribuenti in importo fisso; variabile, varia in funzione del patrimonio dei contribuenti. Nel caso di quest’ultima è solitamente prevista una soglia di protezione, la “franchigia”, entro cui non è previsto alcun prelievo. La patrimoniale, ancora, può essere una tantum, cioè applicata una sola volta e senza periodicità; o periodica, quando viene versata con scadenza regolare, tipicamente annuale. Potrebbe risultare ingiusta in quanto, generalmente, colpisce il patrimonio che è stato accumulato attraverso redditi già soggetti a prelievo fiscale. 

Salario minimo e riduzione orario di lavoro: le posizioni in Italia

Lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti” è ormai diventato pilastro portante di alcune campagne elettorali. Ma non sempre nei Paesi in cui son state approvate riforme in merito alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario si è avuto un riscontro positivo.

Se si prende in esame la Francia degli anni 80, la quale aveva ridotto le ore settimanali da 40 a 30 a salario invariato, si potrà notare che l’effetto sull’occupazione non è stato positivo. Vi fu, infatti, l’aumento del rischio di disoccupazione causato dal costo orario più elevato. Anche le esperienze in Québec e in Cile – con gli orari di lavoro ridotti rispettivamente da 44 a 40, e da 48 a 45 ore – non hanno rilevato alcun aumento del numero degli occupati. Un’eccezione a questi trend negativi sembra però essere il Portogallo. La riforma della riduzione delle ore di lavoro da 44 a 40 ha provocato la diminuzione di licenziamenti o chiusure aziendali, con effetto positivo sul totale degli occupati. 

La riduzione dell’orario di lavoro comporterebbe, inevitabilmente, un aumento della produttività del lavoro stesso. In quanto permetterebbe ai dipendenti, meno soggetti a sforzi e stanchezza, di concentrarsi maggiormente così che la loro produttività complessiva per ora lavorata aumenti. Dai dati Ocse risulta che più una nazione è ricca e meno sono le ore di lavoro.

E proprio in termini di ricchezze, impossibile non citare il salario minimo legale, tema di dibattito ampiamente discusso. Il salario minimo legale costituisce l’ammontare di retribuzione minima che, per legge, un lavoratore riceve per il lavoro prestato in un determinato arco temporale e che non può essere in alcun modo ridotto da accodi collettivi o contratti privati. Si tratta dunque di una soglia limite di retribuzione, al di sotto della quale non si può scendere.

Numerose sono state le proposte di disciplina del salario minimo ma, per ora, nessuna è stata approvata né ha trovato il consenso. Un’ultima proposta è stata formulata sia dall’ex Premier Giuseppe Conte, sia dal segretario del PD Enrico Letta. Questa proposta è stata condivisa dal segretario della CIGL Maurizio Landini, il quale ha evidenziato l’importanza del salario minimo come strumento necessario per scongiurare un ritorno al “periodo pre pandemia”. Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, ha ribadito la fondamentale importanza, soprattutto per le donne e per i giovani, di riconoscere una quota di retribuzione minima pari a nove euro lordi. Gli esponenti di Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono invece opposti a questa possibilità, così come il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, secondo il quale l’introduzione del salario minimo comporterebbe una fuga delle aziende dalla contrattazione collettiva. 

Nei principali paesi europei esiste già il “minimo salariale” fissato dalla legge, fatta eccezione per i paesi del Nord Europa, dell’Austria e dell’Italia. Paesi questi caratterizzati dalla contrattazione collettiva. A tal proposito, il Parlamento europeo ha proposto una direttiva sul salario minimo con l’intento di assicurare che i lavoratori dell’UE siano adeguatamente retribuiti. Una norma generale sulla retribuzione potrebbe indurre le aziende ad abbassare gli stipendi che precedenti conquiste erano riusciti a portare su standard più alti. Il salario minimo, infatti, sarebbe più basso dei minimi contrattuali di tantissime categorie come ad esempio edili e infermieri. Questo indebolirebbe il concetto stesso di contrattazione collettiva, quindi i sindacati richiedono prima una legge che definisca i concetti di rappresentanza e contrattazione e in seguito il salario minimo.

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