“Italexit”: sì o no?

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Il 9 maggio è una data storica per l’Unione Europea. Infatti proprio 70 anni fa, il 9 maggio del 1950, il ministro degli esteri francese Robert Schuman propose la creazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio con lo scopo di accomunare le produzioni di queste due materie prime nell’interesse generale non solo dei due paesi, la Francia e la Germania, che ne detenevano i principali giacimenti in una zona di confine piuttosto ampia e che nel passato era stata motivo di numerosi conflitti, sanguinosi e di lunga contesa. Un accordo di cooperazione avrebbe di fatto impedito la minaccia di nuovi conflitti ma anche avrebbe influito positivamente su eventuali riarmi segreti.

 

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Sebbene l’Italia non avesse un diretto interesse, non primeggiando nella produzione di quelle materie, ed essendo altresì assai distante dalla zona interessata, la classe politica dell’epoca ritenne opportuna la partecipazione ad una possibile Comunità nell’ottica di un rilancio della disastrata economia italiana e di un reinserimento nello scacchiere internazionale visto lo status di paese sconfitto. A Francia, Germania e Italia si accodarono anche il Belgio, i Paesi Bassi e il Lussemburgo mentre si distaccò totalmente il Regno Unito, che rifiutava in toto il progetto non ritenendolo conforme agli interessi e alle aspettative nazionali.

La cosiddetta dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 fu dunque il primo passo per la nascita di quella che sarebbe poi diventata l’attuale Unione Europea.

Oggi, più che mai, ci si interroga sulla reale consistenza di questa Unione che sembra essere diventata uno strumento a vantaggio di pochi e non delle popolazioni dei singoli Stati che ne fanno parte. La pandemia da COVID-19 sta contribuendo non poco alla crescita del malcontento e dunque di una presunta inutilità dell’Unione.

Ripensando ai motivi che spinsero alla nascita della C.E.C.A., seppur ammantati di una logica di interesse pubblico, non può sfuggire che fondamentalmente la Comunità era in realtà soffusa da una stringente logica economica che è diventata in questi 50 anni sempre più diffusa fino a splendere di luce propria.

Tanti sono i dibattiti che si svolgono in questi giorni sui pochi pro e i tanti contro alla permanenza dell’Italia nell’UE, ed in particolare sulla effettività “convenienza” di aderire al MES con il forte timore di svendere in tutta fretta, e senza alcun dibattito parlamentare, l’Italia all’UE attraverso un sistema, il MES appunto, che “… di condizionalità ne prevede, eccome. E questo pur di raggranellare qualche spicciolo adesso ipotecando il futuro dei nostri figli”.

Non avendo la necessaria competenza per discettare su un argomento così complesso, mi limiterò a fare alcune semplici considerazioni prendendo spunto dalla lettura di articoli sull’argomento e dal confronto con persone che vivendo in differenti nazioni possono fornire il loro punto di vista sull’euro, sull’Europa, in rapporto a ciò che avviene nel loro paese.

Sfogliando i giornali di questi giorni, capita ovviamente di imbattersi in articoli che riportano le tensioni economiche che stanno vivendo tutti i paesi in conseguenza dell’emergenza Coronavirus. Tralasciando tutto quello che riguarda i paesi dell’unione, ecco che, per restare in un ambito più vicino ai nostri mercati, capita di leggere delle difficoltà in cui si dibatte la lira turca che in questi giorni ha toccato il nuovo minimo storico. Grazie all’ennesimo e, ormai costante, intervento della banca centrale, il calo si è poi tramutato in apprezzamento, ma resta il fatto che quest’anno la valuta ha “bruciato” un altro 17%, portando al 45% le perdite accusate in poco più di due anni. E’ evidente che questa situazione deriva anche da criticità tutte locali quali una gestione della politica monetaria poco indipendente dal potere politico e uno squilibrio strutturale della bilancia commerciale dovuto alle molte importazioni causate anche dalla scarsa competitività delle imprese locali con la conseguenza di un cambio sempre più debole e una inflazione sempre più galoppante. Per restare sempre vicini a noi, ecco le recenti stime pubblicate dalla Bank of England che prevedono per il 2020 una profonda contrazione del PIL, pari al -14%, stime confermate anche da altre fonti che confermano un crollo come mai visto da oltre 300 anni e quindi peggiore non solo della crisi finanziaria del 2008 (con l’UK ancora nella UE) ma addirittura della depressione del 1930 e delle crisi post belliche. A pesare sulle previsioni nere sembra gravare anche la Brexit (vedi a tal proposito l’articolo scritto con Arturo Hermann il 7/2 quando ancora non si parlava di pandemia “Brexit cosa accadrà realmente”).

Superando ora i confini europei mi è capitato di chiacchierare con amici brasiliani ed argentini che, al di là delle argomentazioni di tipo politico sui problemi che affliggono quei paesi così lontani ma anche così vicini per la forte presenza di immigrati italiani, parlano di quanto stia costando loro questa crisi in termini di perdita di valore della loro moneta. Prima dello scoppio pandemico il cambio Euro/Real oscillava intorno a 3,5 reais per un euro. Oggi oscilla intorno a 6,5. Analoga situazione in Argentina, al punto che la gente non può nemmeno pensare di comprare gli euro per l’elevato costo della valuta europea e le testimonianze dal paese del tango parlano di una situazione “… terribile come da voi… e peggio nel senso che da voi la moneta non cambia, l’euro è sempre l’euro, però da noi non si può più comperare un euro… da voi i soldi sono stabili la moneta è stabile… questo è molto importante… ma da noi no… è come in Venezuela”.

Ed ecco allora che mi viene spontaneo pensare… “e se anche noi fossimo stati fuori dall’euro con la nostra bella moneta… ripeteremmo le parole dell’amica argentina?”.

Come il presidente Trump, ma non solo lui, che per mascherare le proprie deficienze trova sempre un nemico esterno, vero o presunto ma sempre necessario per il consenso politico interno, su cui addossare eventuali colpe – ed in questo caso non essendo la COVID-19 un nemico politicamente riconoscibile ecco comparire all’orizzonte il nemico Cina – anche noi in Italia, abbiamo bisogno di un nemico per giustificare le nostre difficoltà e dunque addossare tutte le colpe al governo, passato, presente e perché no futuro, e chiaramente anche all’Europa matrigna che ragiona solo ed esclusivamente in termini economici (ma d’altra parte cosa ci si aspettava da una comunità nata principalmente sulla base di considerazioni squisitamente economiche). L’Europa è effettivamente un’incompiuta in termini di reale integrazione politica e dunque non sarebbe meglio starne fuori… tornare alla cara vecchia lira… come da più parti ripetono i nazionalisti dimenticando però alcune cose di cui sono complici loro stessi per i comportamenti del passato quando con politiche allegre furono pompate risorse su risorse per assunzioni facili, crediti ad imprese improbabili, pensioni di anzianità “allegre”, per opere pubbliche talvolta inutili, a volte mai terminate, a volte mal costruite alimentando una corruzione diffusa. Tutto questo a scapito del debito pubblico che in fin dei conti non finanziava nulla limitandosi a mantenere posizioni di rendita che avremmo pagato in futuro ipotecando realmente il futuro dei nostri figli. Orbene oramai siamo nel futuro… nel bel mezzo di una crisi economica aggravata dalla crisi pandemica. Ed invece di trovare l’orgoglio per riformare lo Stato e ripartire con qualunque mezzo, anche quelli forniti dall’Europa, ovviamente trattando con l’Europa per cambiamenti sostanziali (come peraltro affermato un po’ provocatoriamente anche dalla Meloni “La soluzione non è l’uscita dall’Europa. Noi siamo indispensabili per quest’Unione europea, la possiamo rifondare e dipende anche da noi. Senza di noi l’Europa non esiste, non esisterebbe l’euro. Siamo i fondatori. Serve un’Europa che si occupi delle grandi questioni strategiche, ma senza strumenti che favoriscono qualcuno a sfavore di altri. Servono meccanismi di compensazione, come gli Eurobond. Se i tedeschi continuano a fare quelli che ‘io voglio tutto’, allora, forse, non è che dobbiamo uscire noi dall’Europa, mandiamo via i tedeschi“) vorremmo tornare al passato correndo gli stessi rischi che stanno attraversando i paesi sudamericani con monete che stanno diventando carta straccia nonostante le ricchezze di materie prime?

Onestamente non so se effettivamente varrebbe la pena di seguire le orme del Regno Unito con una Brexit che sembra far acqua da tutte le parti e che ha dimostrato la sua vulnerabilità in una situazione oggettivamente drammatica nella sua imprevedibilità.

Cosa fare dunque? Combattere per porre le basi di una nuova Europa realmente unita con tutte le incognite che un salto nell’ignoto comporta oppure fare un tuffo nel passato cercando laddove possibile di non commettere gli stessi errori già compiuti. Uno scenario questo poco probabile, secondo il Financial Times (ma anche la Brexit lo era) anche se “Come accaduto nel Regno Unito, gli italiani stanno iniziando ad accusare l’UE di qualsiasi cosa vada storta.

Certo non sarà una decisione facile.

di Bruno Marfé

 

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