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“Una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.”

È di 1200 pagine, scritte in piccolo, spazi quasi limitati tra un rigo e l’altro a dare un senso di claustrofobia, la mole invasiva da incuterti timore proprio come accadeva nei copiosi libri di studio, l’impossibilità di poterlo portare ovunque. Ti lancia la sfida, ti mette alla prova, ti sussurra parole di sconforto ma tu raccogli il guanto. Lui è “It”, il romanzo capolavoro di Stephen King.

Volevo, dopo aver visto la riproduzione su schermo degli anni ’80 che tanto mi aveva affascinato, leggere di questo grande autore del genere horror. Ho trovato di più perché nella sua vasta prosa, l’autore usa il genere come un mezzo e non un fine, non rappresenta un limitante macigno ma è un palloncino intento a librarsi su differenti temi: alcolismo, razzismo, violenza, bullismo e sentimenti nobili come l’amicizia, l’unione negli intenti e l’amore.

Il racconto della trama è superfluo e non va minimizzato in un banale riassunto che andrebbe ad cancellare l’atmosfera del romanzo.

È da subito l’atmosfera l’elemento essenziale che immediatamente ti catapulta in questo angolo del Maine di nome Derry, città posseduta da IT.

Il dualismo pervade il romanzo. I bambini si conoscono e dopo anni torneranno in città da adulti. Abbiamo età anagrafiche a confronto, problemi differenti, un’ America nel pieno della sua forza economica che nei grandi centri si sviluppa rapidamente e le realtà dei piccoli centri di provincia statunitensi capeggiati da taglialegna e barboni che trovano rifugio nei boschi.

IT ed i bambini ci vengono presentati in lunghe divagazioni temporali tra presente e passato, cosa complessa ma che lui riesce a far funzionare alla perfezione.

Si concentra su un dettaglio, una persona, un fatto, descrivendone con cura di dettagli ogni possibile sfumatura, in attesa che un evento catastrofico spazzi via tutto e che aumenti il nostro senso di atmosfera. Infatti, non ci si ferma ma si procede avendo un po’ di confusione che non è però un freno alla nostra fame di curiosità e quindi avanziamo per vedere tutto in modo più chiaro, ogni tassello entrerà alla perfezione nella grande opera dalla quale alla fine non vorremmo distogliere lo sguardo.

King sembra essere un buon conoscitore delle piccole realtà cittadine fatte di donne e uomini che si affidano alla religione, che scappano dalle responsabilità, trascurano i fatti per una finta smorfia di quiete nei loro volti che viene tradita da modi di fare violenti e da un linguaggio spesso volgare, arrabbiato, che è – per fortuna – ben lontano dallo ossessiva e stantia ricerca del politcally correct.

Romanzo poliforme e mutevole, proprio come IT che è solitamente associato al clown Pennywise ma questo non è uno che dei suoi travestimenti.

IT ha il tremendo potere di prendere la forma di ogni tua paura, è un male difficile da sconfiggere perché è mentale, una presenza psichica che viene da un modo esterno. Una forza malefica, forse, primogenita proveniente da una realtà parallela. Ma questo in realtà potrebbe solo servire ad essere clementi con noi stessi poiché sarebbe da considerare anche l’ipotesi che in realtà il male non viene da fuori ma alberga nelle nostre menti nel nostro animo e che si è non si è abbastanza forti possa sbucare all’improvviso divorando noi stessi e portarci a godere delle sofferenze degli altri.

E’ un romanzo che mi sono promesso di rileggere tra 27 anni. Sarò più grande di ogni componente del gruppo dei “Perdenti”, ma mi auguro di poter continuare a preservare il coraggio di lottare contro le mie paure e di avere loro, ancora una volta, accanto per darmi manforte.

“Io ho giurato. Devo esserci.”

di Salvatore Sardella

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