Islam: paure e pregiudizi. Tutto questo ha senso?

La paura dello straniero ci trascina nell’abitudine di giudicare senza conoscere. Niente spaventa più della scarsa informazione su argomenti che oggi rappresentano pane quotidiano, come la religione islamica e i musulmani. Insieme a Nicola Di Mauro, cultore della materia in Storia dell’Islam contemporaneo, abbiamo cercato di spiegare chiaramente i tratti fondamentali di questa religione, così diversa eppure affascinante.

Parlare dell’Islam oggi in Italia risulta difficile a causa dei numerosi pregiudizi. A suo parere come mai risultiamo essere un popolo così retrogrado e conservatore?

«Io sono abituato ad avere un approccio storico e ho cercato di capire quale fosse la genesi.
Ci sono state alcune questioni che sono diventate “di sicurezza”. I musulmani sono arrivati in Italia alla fine degli anni ’70 e non erano declinati così. Il cambiamento è iniziato con più forza dopo gli attacchi alle Torri Gemelle del 2001. Quello che si produce nel discorso pubblico, di solito declinato dalle forze politiche, è l’equiparazione di tutta la popolazione islamica con quella tendenza jihadista violenta. In particolare, in Italia ha avuto un ruolo fondamentale la Lega, anche se la loro presenza verteva solo sul godimento dei diritti previsti dalla Costituzione. Tutto ciò ha modificato la percezione dei musulmani da parte dei cittadini. Non è una cosa che avviene solo con i musulmani: la percezione dello straniero migrante è distorta e tutta declinata sulla questione della sicurezza».

La donna è soggetta a molte contraddizioni in questa religione. Potrebbe illustrarci la sua figura?

«La questione della donna è diventata centrale poiché molto dibattuta, ed è stato proprio questo a produrre qualcosa di nuovo rispetto al passato, in quanto le comunità si stanno modificando nello spazio italiano misurandosi con i diversi ordinamenti. Invece, nei territori a maggioranza islamica ci sono delle posizioni di chiara subalternità, ma bisogna precisare che ogni territorio arabo è diverso dall’altro riguardo gli ordinamenti. Spesso i giovani si domandano come mai le donne continuino a convertirsi nonostante questa loro posizione. Le conversioni non si valutano su quello che si sa di una religione, ma sui percorsi che si fanno nella propria vita, le persone che si incontrano o i traumi che si subiscono».

Sono molte le regole alle quali un buon musulmano deve obbedire. L’essere credente comporta l’obbligo di essere praticante?

«No, assolutamente. I musulmani non hanno una pratica perfettamente corrispondente alla regola religiosa, questo perché c’è sempre una distanza tra la regola scritta e quella che è la pratica vera e propria.
Alcuni studi, infatti, mostrano come la pratica religiosa sia difficile soprattutto in territori non propriamente islamici. In Italia, ad esempio, alcuni credenti si limitano a seguire il digiuno durante il mese di Ramadan».

L’idea comune che si ha è quella di una religione che vuole imporsi su tutte le altre. Possiamo sfatare questo mito?

«Non c’è una volontà di conquista di territori però, quando le religioni assumono una propria verità, considerata universale, c’è poi la tendenza a tentare di convertire gli altri. Tuttavia, i pregiudizi legati all’Islam potrebbero aver preso vita dagli attentati degli ultimi anni. Ma la stragrande maggioranza dei musulmani in Europa non ha niente a che fare con quella tendenza: le prime vittime dei jihadisti sono i musulmani stessi. Per abbattere questa situazione si dovrebbero coinvolgere i musulmani all’interno delle comunità e capire quali siano i loro disagi, in modo tale da ridurre la subalternità».

In Italia c’è la libertà di religione, ma non sembra essere messa in atto dai cittadini. Cosa bisognerebbe fare per normalizzarla?

«La politica c’entra sia nei provvedimenti che si prendono sia a livello di discorso pubblico. Credo che prima di tutto si dovrebbe permettere alla società di far entrare in norma che ci siano persone di religioni diverse con esigenze diverse. L’Islam vive una situazione in Italia di complessità maggiore rispetto ad altre religioni. Questo perché non ha nessun tipo di intesa con lo Stato. Nel discorso pubblico si è prodotta una contrapposizione tale che i decisori politici sono stati spesso portati a derubricare la questione dell’intesa.
Non avendola, il godimento dei diritti per i musulmani si fa più difficile».

di Iolanda Caserta

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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