Isaiah Sunganimoyo porta la democrazia in Malawi: la sfida di Roberto Esposito

È passato più di un anno da quando Roberto Esposito, nato a Vallo della Lucania (SA), ha provato a vincere le elezioni in Malawi.

Esperto di strategie di comunicazione e di innovazione digitale, ideatore di diverse start-up, autore di libri e saggi: Roberto è questo e tanto altro. Nel febbraio del 2019 ha deciso di portare Isaiah Sunganimoyo a concorrere per le elezioni in Malawi: la vittoria non è arrivata, ma qualcosa è cambiato.
Abbiamo parlato di questo e di molto altro proprio con Roberto.

Com’è nata la tua idea di concorrere alle elezioni in Malawi e come ha conosciuto Isaiah?

«Quando mi hanno proposto di candidarmi alle europee nel 2019, ho letto per caso che negli stessi giorni ci sarebbero state le elezioni nel Malawi, in Africa. Lì vive Isaiah Sunganimoyo, 42enne sposato con tre figli, che avevo conosciuto mesi prima per aiutarlo a raccogliere donazioni. Il Malawi è il quarto Paese più povero al mondo – afflitto da carestie, siccità e dalla dilagante piaga dell’AIDS – dove morire di fame è all’ordine del giorno.
Allora mi sono chiesto cosa avrei potuto fare in Europa e cosa avrei potuto invece fare per il Malawi, a 10.000 km di distanza. L’ho chiesto ad Isaiah, e lui mi ha risposto che avremmo potuto portare la democrazia, dare una speranza, creare un futuro. Ma per riuscirci non bastava la solidarietà occidentale, avremmo dovuto cambiare il Paese dall’interno.
Quest’avventura è nata come un gioco ed è diventata una “cosa seria”. Perché nei mesi successivi, mentre io costruivo una strategia politica, scrivevo il programma elettorale e lanciavo una campagna di crowdfunding, Isaiah viaggiava attraverso i villaggi del distretto di Dedza percorrendo 195 km a settimana in bicicletta, dormendo sotto gli alberi e mangiando la frutta che trovava lungo la strada».

Il risultato non è stato quello sperato, ma con Isaiah siete comunque riusciti ad aiutare molte persone e a mettere in pratica alcuni punti del suo programma.

«Isaiah non è stato eletto, ma il Malawi ha vinto. Quando ho deciso di aiutarlo, ho iniziato a ragionare sulla sua strategia non con la presunzione di riuscire a farlo eleggere, ma scartando in partenza l’idea di vincere e iniziando a progettare una campagna elettorale che fosse uno specchietto per le allodole per raggiungere un secondo fine più utile e ambizioso, l’unico possibile con le risorse economiche (zero euro), le persone (io e un malawiano su Whatsapp) e il tempo a mia disposizione (un’ora al giorno): costruire la più grande campagna di personal branding del Malawi per trasformare Isaiah in un opinion leader autorevole.
Prima ancora del voto, mentre in Italia raccoglievamo con il crowdfunding l’equivalente di 10 anni di stipendi, abbiamo cominciato a mettere il programma elettorale: acqua potabile, diritti e sicurezza per le donne, tutela e istruzione per i bambini, incentivi all’agricoltura, migliorare i trasporti attraverso strade e ponti e dare a tutti la possibilità di connettersi ad Internet per accedere alle comunicazioni e alla cultura.
Piccole cose che per noi sembrano banali, ma che possono cambiare il futuro di un intero Paese. Abbiamo finanziato le cure per 18 ragazze con un tumore alle ovaie, mentre oggi l’organizzazione fondata da Isaiah si prende cura di 651 bambini, quasi tutti orfani, provenienti da famiglie poverissime».

Quanto è stato diverso curare una strategia elettorale in un Paese dove internet non è ancora accessibile a tutti?

«Ho dovuto dedicare i primi mesi a studiare le dinamiche di un sistema sociale, culturale e politico totalmente diverso da quelli occidentali. E quando è iniziato il lavoro vero e proprio, ho dovuto fare tutto comunicando su Whatsapp con un ragazzo che non ha mai fatto politica, che non ha un conto in banca, e che vive in una capanna di paglia e fango, in un Paese dove il 98% della popolazione non ha Internet e il 92% non ha l’elettricità.
Dunque niente TV e social network, all’inizio soltanto un megafono e qualche bicicletta. Con il successo del crowdfunding, siamo poi riusciti ad affittare jeep e moto per i vari collaboratori e a pagare il carburante con cui andare in tutti i villaggi».

di Marco Polli

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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