sabato - 10 Aprile 2021
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Irpinia 40 anni dopo. 1980: a Messa con Padre Lele

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Era la Notte Santa: i riti nei container, ascoltando parole profetiche. Le denunce contro la camorra di Ramin, poi missionario ucciso in Amazzonia. Per lui si è aperta la causa di beatificazione

È la notte di Natale 1980. Da appena un mese il terribile terremoto ha squassato Campania e Basilicata. Eppure a San Mango sul Calore, paesino raso al suolo dalla scossa del 23 novembre, si celebra ugualmente la Messa della Vigilia. Non in chiesa, distrutta come gran parte delle abitazioni, ma in una casa ancora in costruzione, un ‘rustico’ chiuso da teli di plastica, grazie al lavoro degli scout di Milano. Fa da chiesa e da uffici parrocchiali. E questa Notte Santa accoglie sopravvissuti e volontari, giunti da tutta l’Italia, molti col fazzolettone scout. Tra loro ci sono anche io.

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A celebrare sono due religiosi comboniani, padre Nando Caprini e padre Ezechiele Ramin. Erano a Giugliano al momento della terribile scossa e sono subito partiti, assieme a suor Liliana e a due ragazze, Annalisa e Virginia. Sostituiscono il parroco, morto anche lui, e resteranno per otto mesi. Padre Ezechiele, padre Lele per tutti, padovano di 27 anni, legge l’interminabile elenco dei morti, ma ag-giunge forti parole di speranza. È il suo carattere, il cercare sempre il lato positivo. Lo farà sempre nella sua breve ma intensa vita. Assieme a una non meno forte denuncia. «La gente si sta facendo cattiva man mano che passa il tempo, perché stanno girando somme enormi di denaro e tutti vogliono più di quello che spetterebbe. Le camorre – denunciava in una lettera da San Mango, anticipando quanto sarebbe emerso negli anni successivi – e l’accaparramento sono da sempre in queste zone, ma adesso si fanno più vistose. Lo sciacallaggio non ne parliamo nemmeno».

«Era un acuto osservatore – ricorda Annalisa Chiavegato, giovane della Comunità francescana vicazionale di Giugliano – e si era accorto che la camorra aveva già messo le mani sulla rimozione delle macerie e poi sulla ricostruzione». Padre Lele, ovviamente, non si arrendeva di fronte a questo. «Ho iniziato la novena di Natale. È un altro modo di avvicinare le persone. Celebro l’Eucarestia nelle loro case. Insomma cerco di farmi strada». Oltre all’impegno come parroco, con l’appoggio della Caritas gestì la scuola, la mensa e l’assistenza medica e infermieristica. Ma l’attenzione per la camorra continuò. Tornato a Giugliano, nel marzo 1982 organizzò la prima marcia contro la criminalità organizzata, quando di camorra non parlava quasi nessuno. E ancor meno manifestava. «Avevamo paura a marciare – ricordava padre Lele – ma, ugualmente, abbiamo cantato le Beatitudini. La gente si è unita a noi durante il percorso. Monsignor Riboldi vescovo di Acerra ex parroco del Belice ha marciato al nostro fianco».

La presenza di Riboldi non è episodica. Il vescovo di Acerra conosceva padre Lele, lo aveva coinvolto in vari incontri coi giovani e ben tre volte andò a San Mango, per celebrare messa proprio in quella chiesa improvvisata e per incontrare i cittadini. Anche perchè sapeva bene cosa fosse un terremoto, avendo vissuto intensamente quello del 1968 nel Belice. E apprezzava molto il lavoro di padre Lele. Fede, coraggio e impegno. Nel 1985 Ezechiele partì missionario per Cacoal, nello stato di Rondonia, in Amazzonia, dove verrà ucciso il 24 luglio da killer inviati dai latifondisti. Aveva appena 32 anni. «Intendo camminare con voi, lottare insieme a voi – aveva detto nella sua prima omelia agli indios –. So bene che questa mia scelta mi può costare la vita, tuttavia ne accetto tutte le conseguenze, fosse pure la prigione, la tortura o anche lo spargimento del sangue». È la scelta convinta del martirio. Per questo, e non solo, è aperta la causa di beatificazione che, come ci spiega il postulatore, padre Arnaldo Baritussio, «è ormai a buon punto. Le fasi brasiliana e italiana sono concluse.

E ora è in mano alla Congregazione per le cause dei Santi». «Portare il Cristo è portare la gioia – scriveva padre Lele all’amica Paola –. Io seguo la strada del missionario non per mia iniziativa, ma perché Dio mi cerca e continuamente mi chiede se lo voglio seguire». Per padre Lele questo aveva un indirizzo chiaro. In Campania come in Amazzonia. Così aveva scritto lasciando San Mango. «Abbiamo pensato di essere ‘utili’ ascoltando tutti, parlando, mettendo in comune l’unica cosa di cui abbondavamo: l’amore».

di Antonio Maria Mira
Fonte: Avvenire

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