IRISINA: “l’ormone dello sport”, che brucia i grassi e protegge le ossa

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Per quanto siano chiari i benefici dell’esercizio fisico, spiegare i suoi effetti a livello molecolare è scientificamente complesso.

Ciò è particolarmente vero per l’irisina (Fndc5), un ormone identificato per la prima volta nel laboratorio di Spiegelman, un biologo cellulare della Harvard Medical School.

Gli studi condotti inizialmente dall’Università di Harvard, pubblicati nel 2012 su Nature, hanno dimostrato che quest’ormone ha la capacità di bruciare i grassi attraverso la stimolazione del metabolismo.

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La scoperta sensazionale consiste nel fatto che questo ormone è prodotto durante l’attività fisica per cui, non a caso, e’ stato definito “l’ormone dello sport”.

In particolare, quando si pratica attività fisica di tipo High Intensity Interval Training (HIIT), la contrazione muscolare determina la produzione e la secrezione dell’irisina. Da allora, numerosi laboratori hanno iniziato ad occuparsene, ma le reali funzioni di quest’ormone non trovano unanimità tra gli scienziati.

Nel marzo 2015 Scientific Reports ha pubblicato un articolo in cui il professor Harold Erickson della Duke University ed i suoi colleghi contestavano i risultati ottenuti con il kit commerciale ELISA, evidenziando che gli anticorpi commerciali usati per rilevare l’irisina nel sangue erano inclini a falsi positivi, che molti studi rivolti a misurare l’ormone nell’uomo erano probabilmente invalidi con la conseguenza che l’ormone venne definito “un mito”.

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Nell’ottobre dello stesso anno, il Prof. Spiegelman, pubblicò un articolo sulla prestigiosa rivista Cell Metabolism, in cui annunciò di averne definitivamente confermato la presenza anche nell’uomo attraverso la tecnica della spettrometria di massa.

Lo studio ha mostrato che i livelli ematici di irisina aumentano nei pazienti sottoposti ad intervalli di training aerobico, rispetto ad individui sedentari. L’irisina, quindi, giocherebbe un ruolo fondamentale nella conversione del grasso bianco, sede di accumulo delle risorse energetiche dell’organismo, in grasso scuro, metabolicamente più attivo.

Altri importanti ruoli fisiologici dell’irisina sono stati identificati in questi anni, aprendo nuove frontiere sull’uso dell’irisina come marcatore in diverse condizioni fisiologiche e patologiche: marcatore del diabete mellito di tipo 2; nelle fasi precoci di angiopatie del diabete mellito di tipo 2; come marcatore della funzionalità renale; come molecola implicata nella regolazione dell’osso “corticale” (la parte esterna, liscia e dura responsabile dell’integrità dell’osso, in termini di un aumento di massa ossea e di un miglioramento della struttura, della resistenza e della forza).

Nell’ultimo studio, il team di Spiegelman ha iniettato nei topi basse dosi di irisina ed ha osservato un aumento della produzione di sclerostina, una proteina che attiva il rimodellamento osseo, negli osteociti di topo.

La sclerostina causa, in realtà, la rottura dell’osso, il che potrebbe sembrare dannoso piuttosto che utile.
Tuttavia, Spiegelman spiega che “la rottura intermittente dell’osso sembrerebbe essere interpretata come un segnale per rimodellare e ricostruire le ossa”.

Un recente studio, coordinato dalla ricercatrice Fernanda de Felice dell’Università Federale di Rio de Janeiro, suggerisce che l’irisina potrebbe anche avere un’azione protettiva contro la demenza. A suggerire questa relazione è un recente studio svolto su un modello murino (topo di laboratorio), recentemente pubblicato su Nature Medicine.

L’irisina ha ottenuto una notevole importanza nella biologia medica per la sua potenziale importanza terapeutica in malattie metaboliche, osteoporosi e aspetti cognitivi.

La produzione di irisina è stimolata dall’attività fisica. Ancora una volta, dunque, si nota come quest’ultima sia ricca di benefici per il nostro organismo, una ragione in più per fare sport.

di Antonio Giordano

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°195
LUGLIO 2019

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