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Iperrealismo e Tattoo Art: «I migliori iperrealisti sono italiani!»

Daniela Russo 17/09/2022
Updated 2022/09/17 at 11:22 AM
8 Minuti per la lettura

Tratto distintivo personale e sdoganato, il tatuaggio è ormai una forma d’arte commerciale ben affermata e strumento di espressione individuale per eccellenza. Nato con lo scopo di affermare l’appartenenza ad un gruppo o di celebrare riti collettivi, sin dall’inizio il tattoo ha sviluppato numerosi stili e correnti, come l’iperrealismo, nonché diverse ramificazioni culturali nel tempo, al punto tale da essere considerato addirittura terapeutico.

A farne esempio c’è la testimonianza più antica di questa pratica: Otzi, una mummia rinvenuta nel 1991 sulle Alpi Venoste di circa 5300 anni. Il suo corpo era coperto da 60 tatuaggi raffiguranti linee, croci e punti. Sottoposta ad esami radiologici, si scoprì che Otzi in vita aveva sofferto di artrosi, e i suoi tatuaggi si trovavano proprio in corrispondenza dei punti di degenerazione ossea. Si è ipotizzato dunque che il tatuaggio per Otzi avesse una funzione curativa o di tipo religioso, riconducibile alle prime pratiche di agopuntura.      

Un’evoluzione, quella del tatuaggio, passata attraverso numerose leggende e pregiudizi nel tempo che hanno accompagnato non solo la sua concezione ed espressione artistica, ma soprattutto la figura del tatuatore. Per scoprire i retroscena di questa figura professionale, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alfredo Caso, 24 anni, giovanissimo tattoo artist napoletano ed esponente della corrente iperrealista.
Alfredo ci ha accolto in studio contraddistinto da una splendida genuinità. Ci ha subito detto «Non sono bravo con le parole, so usare meglio le mani!», illustrando subito una delle fondamentali doti di chi svolge questo mestiere: saper comunicare attraverso il disegno, la passione che l’ha spinto ad intraprendere questo percorso professionale.          

Ci si sofferma spesso esclusivamente sulla psiche e sulle sensazioni del tatuato, ma mai del tatuatore. Abbiamo chiesto quindi ad Alfredo di raccontarci un po’ il punto di vista che si ha dall’altra parte del lettino, cominciando proprio dalla componente emotiva.

«Tatuare qualcuno è emozionante, soprattutto durante le prime esperienze dove c’è anche un po’ d’ansia. Quella va via col tempo e con la pratica ovviamente, ma l’emozione resta, anche in virtù delle storie che ogni tatuaggio ti permette di conoscere» ci dice Alfredo.

«Nei fatti sembra un processo molto breve e banale: tu pensi il tatuaggio, il tatuatore lo disegna ed è fatta. In realtà nel tatuaggio puramente artistico c’è un importante lavoro di empatia dietro. Bisogna comprendere appieno cosa si intende comunicare con quel tatuaggio, e il lavoro del tatuatore artistico rappresenta innanzitutto la capacità di entrare emotivamente nel desiderio del committente per riuscire a rappresentarlo con i tratti più giusti. È chiaro che poi nel tempo bisogna acquisire la sicurezza, altra componente fondamentale che prescinde poi dallo stile artistico, perché il rapporto che si crea tra tatuatore e committente è quasi “intimo”: sto per incidere a vita sulla pelle di un’altra persona qualcosa che lo rappresenta, o che comunque rappresenta un tassello importante della sua vita/persona. Infondere sicurezza aiuta innanzitutto a costruire la fiducia ma soprattutto a far sentire a suo agio il cliente e a fargli vivere al meglio l’esperienza».              

Al giorno d’oggi, si è fatta ancora più netta la linea di demarcazione creatasi qualche anno fa all’interno di questo mercato, che risulta ormai diviso in un fronte commerciale e in un fronte artistico. Così come ci ha ben raccontato Alfredo, la wave commerciale segue maggiormente i dictat dei vari e numerosi trend dettati da moda e social network, di conseguenza è caratterizzata da un indotto più alto ma anche da una componente artistica molto statica e meccanica. In contropartita, c’è un fronte artistico che ha comunque un buon giro economico ma non è soggetto nella maniera più assoluta alla volubilità dei trend, e rappresenta il fulcro invece del tatuaggio come pura espressione artistica: è qui che si sviluppano gli stili e le correnti che diventano poi punto di forza di ogni tattoo artist.

«Per un tattoo artist la ricerca del proprio stile è il punto di partenza: ognuno di noi ha il proprio modo di comunicare. Credo che il primo passo per un bravo tattoo artist è proprio saper individuare il suo modo di comunicare attraverso la conoscenza dei vari stili artistici e farlo diventare tratto distintivo. Io per esempio mi sono subito riconosciuto nel black and grey e nell’iperrealismo, e mi sono subito impegnato a dare la mia impronta a questo stile di tattoo».

Alfredo ci spiega come l’iperrealismo sia uno degli stili dal senso più originario di questa pratica: è in assoluto l’insieme delle tecniche che permettono di avvicinare il tattoo al disegno su carta.

«Sin dagli albori, i tatuatori disegnavano su carta con matite e carboncino, e la sfida si traduceva nel riuscire a traslare sulla pelle di qualcuno le stesse linee e sfumature che si ottenevano su carta, un’impresa difficilissima poiché non esistevano nella maniera più assoluta le tecnologie di cui oggi siamo provvisti. Il boom dell’iperrealismo infatti si è concretizzato proprio grazie all’introduzione di nuovi strumenti che permettono ai tattoo artist di ottenere dei tratti perfetti, ma soprattutto di riuscire ad applicare delle tecniche che danno la possibilità di replicare in maniera millimetrica delle sfumature molto più complesse del solito, impossibili da tatuare in free-hand o con strumenti obsoleti. Senza questo “update tecnologico” sarebbe stato difficilissimo per noi raggiungere questi standard altissimi, siamo in grado al giorno d’oggi di replicare perfettamente delle foto sulla pelle e soprattutto in maniera vivida, così come i tatuaggi in 3D del resto».         

È evidente che, negli ultimi tempi, nel mondo della tattoo-art si siano accesi molti più riflettori sull’individualità artistica del tatuatore, che molto spesso viene considerato un semplice disegnatore e Alfredo ci lascia proprio con una considerazione in merito.

«Come ogni artista partecipo a numerose fiere, ho conosciuto moltissime persone e ad oggi posso affermare con certezza una cosa: i tattoo artist italiani sono i migliori, e non lo dico per patriottismo, è oggettivamente così. Molti credono che i migliori si trovino in America, perché grazie ai vari programmi tv come “Miami Ink” sono riusciti a pubblicizzarsi parecchio. In realtà, tantissimi studi americani sono riempiti con tatuatori italiani che sono andati all’estero. I tatuatori italiani hanno molta più inventiva, l’arte ce l’abbiamo nel sangue. Veniamo da città che sono fondate sulle opere d’arte, portiamo dentro Michelangelo, Giotto, Raffaello: chi non ha vissuto l’Italia e non conosce la grandiosità della nostra arte non può riuscire ad avere lo stesso approccio viscerale di un italiano, né con la tattoo art né tantomeno con la pittura o il disegno su carta. Lo ribadisco, quindi: i migliori iperrealisti, sono italiani!»

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