Io sono te Assia Fiorillo

“Io sono te”: Assia Fiorillo canta la storia delle “caine” del carcere di Pozzuoli

Marianna Donadio 07/09/2022
Updated 2022/09/08 at 1:32 AM
6 Minuti per la lettura

Le mura delle carceri sono molto più spesse di quelle fisiche: sono fatte di pregiudizio, ignoranza, indifferenza. Queste mura nascondono storie e condizioni ingiuste, voci che non riescono ad arrivare oltre le sbarre.  

Per amplificare queste voci hanno lavorato Amalia De Simone, giornalista d’inchiesta nominata Cavaliere al merito della Repubblica dal presidente Mattarella per il suo lavoro contro le mafie, e Assia Fiorillo, giovane cantautrice napoletana, con il loro documentario “Caine“.  

“Caine”, andato in onda su Rai3 nel 2020, ha vinto numerosi riconoscimenti come quello di Voci per la libertà di Amnesty International, Premio Bertoli e Premio Lunezia.  

Le storie tutte femminili che si incrociano al suo interno sono fatte di mancanze, di contesti che uccidono sogni e speranze. Il lavoro coordinato della giornalista e della cantautrice ha aiutato a farle emergere, fino a farle confluire nel singolo “Io sono te” scritto e musicato da Assia Fiorillo con l’aiuto delle detenute di Pozzuoli. È proprio lei a raccontarci di questa esperienza, facendosi testimone di un mondo, rimasto sempre troppo marginale, e del suo impegno nel portare tematiche sociali all’interno dei suoi dischi.  

Com’è nata l’idea del progetto? 

«Amalia era stata chiamata nel carcere femminile di Pozzuoli ed in quel primo incontro sono state le donne stesse a chiederle di poter raccontare le loro storie. Quando lei ha iniziato a pensare a questo documentario stavamo scrivendo insieme alcuni testi del mio disco e pensò di usare la mia figura di cantautrice. Quindi siamo andate a conoscerle. La prima difficoltà che ho incontrato è stata approcciarmi con la musica senza sapere bene cosa sarebbe successo. Ho cominciato cercando di capire il loro mondo, anche se in parte lo conoscevo, essendo tutte della provincia di Napoli o di Salerno. Abbiamo iniziato a conoscerci attraverso questo laboratorio: una vera e propria esperienza di vita. Nel frattempo giravamo le riprese e le interviste in cui le donne si sono raccontate. In questa conoscenza venivano fuori diverse cose che sono andate a costruire la canzone “Io sono te“, che è stata scritta insieme a loro ed è nata dalle loro esperienze». 

Entrando nel mondo del carcere e cercando di raccontarlo all’esterno avete provato a sfondare il muro tra buoni e cattivi, a far emergere una realtà molto più sfaccettata. Come ti sei sentita nel farlo e come credi possano riuscirci gli altri?  

«La prima volta che sono entrata in carcere mi sono quasi vergognata, perché penso di avere ben presente che ognuno di noi può avere dei pregiudizi e cerco sempre di eliminarli. Quando sono arrivata in carcere ho capito che in realtà ne avevo anch’io: inizialmente ero stupita dall’umanità che stavo incontrando, che è la stessa che si trova fuori. Anche da questo è nato il ritornello “io sono te, cresciuta nella mia famiglia”, è la prima frase che è venuta fuori, l’ho scritta quando ho capito quanto fosse importante il loro contesto. Cosa sarebbe successo se ci fossi nata io? Probabilmente avrei fatto altre scelte. Ognuno di noi ha dei pregiudizi e il modo per abbatterli è far conoscere la dimensione del carcere, “Caine” in questo senso è un documentario veramente importante». 

Quasi tutte le protagoniste di Caine soffrono per la mancanza delle famiglie. Come si può evolvere il sistema carcerario per fare in modo che i detenuti e le detenute non perdano totalmente i contatti con l’esterno?  

«Si deve trovare un equilibrio tra il controllo del detenuto e l’aiuto a reinserirsi: in questo caso, siamo più sul controllo. Io immagino che si potrebbe lavorare meglio e di più sui permessi. Nella mia esperienza ho incontrato una detenuta che aveva il padre che stava male, era morente, e non è mai riuscita ad ottenere il permesso per andarlo a trovare. L’unico permesso che ha avuto è stato soltanto dopo il funerale, per andare sulla tomba. In questo caso sicuramente si potrebbe lavorare meglio». 

La tua musica non si è mai staccata dall’impegno sociale. Che messaggio vorresti arrivasse con la tua arte e in particolare con “Io sono te”? 

«La mia musica si è evoluta in questo senso. Le prime canzoni parlano più di relazioni; poi, maturando, il mio sguardo si è rivolto verso l’esterno. È sempre tutto mediato dalla mia esperienza, per quanto mi riguarda ora tutto quello che racconto è sempre qualcosa che ho vissuto. Un esempio è “Anna”, una canzone dedicata ad una detenuta a cui è stato tolto un bambino. In questo senso sono un po’ meno cantastorie e un po’ più umana: è sempre attraverso il mio rapporto con gli altri che cerco di raccontare quello che vivo. Credo che per noi cantautori sia importante prendere delle posizioni perché ci rivolgiamo ad un pubblico per cui in qualche modo possiamo segnare un po’ la strada. A me piace essere molto chiara rispetto a posizioni politiche e sociali».  

La carriera di Assia come cantautrice indipendente, dopo aver vinto il premio Gianmaria Testa proprio con “Io sono te”, continua tra live ed esibizioni in giro per l’Italia. 

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