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Nell’immaginario comune il Giappone è probabilmente la terra più anormale che possiamo concepire. Anormale rispetto alla visione occidentale delle cose, a quello che la nostra fantasia proietta e all’esagerazione che le opere nipponiche che abbiamo visto e letto durante la nostra vita ci hanno fornito. In realtà il Giappone è un luogo più umano di quanto possiate immaginare, a spiegarcelo c’è Davide Bitti. Davide è un blogger che vive in Giappone da ormai 7 anni, lì ha costruito una famiglia e documenta la sua vita nel sollevante tramite i suoi canali YouTube, Twitch e la sua pagina Instagram “Vivi Giappone”.

Davide quali sono le differenze tra le grandi metropoli come Tokyo e Kyoto e la periferia del Giappone?

«Sendai è anch’essa una grande metropoli ed ha tutte le comodità e i servizi che ne conseguono, ma a pochi chilometri fuori la città ti trovi in aperta campagna. In città molto più piccole (50.000 abitanti) trovi un Giappone fermo negli anni ’70 massimo ’80, vittime dell’esplosione economica di quel tempo di cui sono rimaste soltanto le macerie. L’unico comun denominatore della maggior parte dei luoghi del Giappone è la stazione centrale. Se in occidente di solito le stazioni centrali sono il luogo più pericoloso da frequentare in Giappone, anche nei paesini più sperduti, bene o male, la stazione è un luogo ben curato».

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Come nasce l’idea di fare vlog e di documentare i tuoi piccoli attimi di quotidianità giapponese?

«Il primo video in assoluto nasce durante la mia prima permanenza in Giappone, nel 2008. Si trattava di contenuti dalla destinazione fortemente goliardica. In seguito, nel 2010, ho creato qualche contenuto un po’ più sistematico, che aveva proprio la volontà di raccontare usanze e modi di fare tipiche di quei luoghi. L’esperienza mi è piaciuta così tanto che quando sono venuto a vivere qui ne ho voluto fare una vera e propria serie di video, con il chiaro intento di raccontare agli italiani quello che era veramente il Giappone. Anche perché, soprattutto al tempo, chi faceva questo genere di cose le faceva male e portando contenuti di scarso valore culturale. Nella maggior parte dei casi si trattava di mangiare sushi davanti alla telecamera».

Quali sono le differenze più grandi che percepisci rispetto alla tua vita in occidente?

«Il tessuto societario di per sé è totalmente diverso. A partire dalle strutture, dalle impostazioni lavorative, scolastiche ecc. Il Giappone ha un punto forte che è anche il suo più grande punto debole: seguire tutto secondo manuale non uscendo mai dallo schema prestabilito. Che, quando si tratta di servizi, è un sistema che funziona molto bene, ma diventa un problema davanti al minimo imprevisto o semplicemente ad una richiesta leggermente più anomala rispetto al solito. Questo si è visto soprattutto con la gestione dell’emergenza Covid. Oggi ci troviamo in una situazione in cui il resto del mondo è tornato ad una semi normalità e il Giappone limita ancora il numero di ingressi turistici. Lo vedo anche nell’azienda in cui lavoro, dove una decisione necessita di tantissimo tempo per essere presa e deve passare sotto una burocrazia lunghissima. A causa di questa lentezza il Giappone in questi anni ha anche un po’ perso la gara economica con altre potenze come Cina e Corea».

Che rapporto hanno i Giapponesi con gli stranieri?

«Lo straniero rimane straniero. Per quanto tu possa parlare Giapponese o lavorare con loro rimani un outsider. Questa posizione comporta dei vantaggi e degli svantaggi: lavorativamente non ti daranno mai degli incarichi di grande responsabilità, che per qualcuno potrebbe essere comodo e per qualcun altro degradante. Ma questo non succede solo qui, è un modo di fare comune anche del nostro paese purtroppo. Conta che persino venire a lavorare in Giappone, per quel che riguarda la documentazione, è molto più complesso di quanto non sia nei paesi europei».

Di solito quali sono le ragioni che spingono a visitare il Giappone?

«Da quello che ho visto esistono due tipi di turismo in Giappone: chi ci viene per visitare il paese come meta dello “strano”, del sushi, del manga e del kawaii (questo è successo in particolare tra il 2017 e il 2019) e ci sono i repeater, sarebbe a dire coloro che in Giappone ci tornano più di una volta perché affezionati a questo luogo e che piano piano iniziano a scoprirne cultura e tradizione. Di sicuro però in Giappone ci si viene per curiosità e per l’immagine strana e inusuale che il Giappone in primis vende di sé».

Il giornalismo, in particolare quello italiano, ha fatto tanti danni all’immagine del Giappone soprattutto per quel che concerne la sfera sessuale. Quanto c’è di vero e cosa è realmente pericoloso?

«La stampa italiana, e in particolare Le Iene, hanno toccato un problema reale, tipo le lolicon, le idol che spesso sono giovanissime o la presenza di un determinato filone di pornografia presente nei manga. Il problema è che è stato ingigantito senza cognizione di causa. Questo tipo di prodotto esiste, ma non tutti i giapponesi sono dei pervertiti. Il problema di un certo tipo di informazione, che non riguarda solo la pornografia, è prendere un reale problema e farcirlo di bugia, esagerazioni e sensazionalismo. Il Giappone ha la produzione di pornografia più grande di tutta l’Asia; quindi, è il paese stesso ad impegnarsi a promulgare una certa immagine di sé, ma le persone che stanno bevendo intorno a me nel bar in cui mi trovo penso siano persone normali e non pedofili o pervertiti di sorta».

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