Tutela delle donne dalle GBV

INTERVISTA. Tutela delle donne dalle GBV: l’analisi dell’Avv. Luigi Migliaccio

Redazione Informare 28/09/2022
Updated 2022/09/27 at 11:18 PM
6 Minuti per la lettura

Il cammino verso una realizzazione piena dei diritti e delle garanzie di libertà delle donne è fortemente ostacolato nel mondo e in Europa da una forma peculiare di violenze e prevaricazioni: le Gender-Based Violences (GBV).

Tali crimini, che vedono come vittima la donna, possono assumere svariate forme, includendo violenze sessuali, domestiche, matrimoni precoci, mutilazioni genitali femminili (MGF) e i cosiddetti “delitti d’onore”, da cui possono derivare danni sessuali, fisici, mentali ed economici inflitti in pubblico o in privato. La consapevolezza della necessità di intervenire al fine di predisporre un sistema effettivo ed adeguato di tutela, ha ispirato una serie di iniziative in seno al Consiglio d’Europa già a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, che sono confluite, corroborandosi nel corso degli anni, nell’ambito della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul, finora firmata da 45 Paesi e dall’Unione Europea, entrata in vigore il 1° agosto 2014.

La Convenzione nasce con il dichiarato obiettivo (articolo 1) di proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica, predisponendo politiche e misure di assistenza a favore di tutte le vittime di GBV e promuovendo la cooperazione internazionale e un approccio politico integrato, al fine di garantire gli stessi livelli di protezione negli Sati Europei parte.

La Convenzione è “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza”: essa definisce la violenza contro le donne come violazione di diritti umani ed è il primo trattato internazionale a dare una definizione di genere e di violenza basata sul genere, elencando altresì una serie di delitti gender based, tutti oramai recepiti a livello nazionale dalla legislazione italiana.

Tutela delle donne dalle GBV: l’intervista all’Avv. Luigi Migliaccio

L’avvocato Luigi Migliaccio, del Foro di Napoli, da oltre vent’anni opera nel campo del diritto dell’immigrazione e della tutela dei diritti umani fondamentali, con particolare riguardo al diritto d’asilo e alla difesa dei soggetti vulnerabili: è membro della Commissione Diritto Immigrazione del COA di Napoli ed avvocato dell’Union des Avocats Européens per la Commissione Diritti Umani.

Qual è l’utilità della Convenzione di Istanbul nel suo campo?

«Occupandomi di diritto dell’immigrazione, devo amaramente sottolineare l’estrema incidenza delle GBV nell’ambito della popolazione immigrata e rifugiata. Le GBV accompagnano, sotto varie forme, sia la vita nel Paese d’origine (in particolar modo nei Paesi dell’Africa Saheliana o, piuttosto, nel Nord Africa o, ancora, in Pakistan o in India), sia il viaggio, sia, purtroppo, talvolta la vita nel nostro Paese, dal momento che, in molti casi, per questioni di carattere etnico-culturale, le donne sono completamente inconsapevoli delle loro libertà e dei loro diritti, finendo per pensare addirittura che sia per “tradizione” giusto e normale essere vittime di tali crimini. La Convenzione è uno strumento fondamentale per arginare il fenomeno, ma sconta un problema non sottovalutabile: le vittime di GBV difficilmente denunciano, anche perché si tratta di eventi difficili da provare, poiché spesso si verificano intra-moenia, tra le mura domestiche, dove autore delle violenze, agente persecutore, spesso è chi avrebbe il compito di proteggere: il padre, la madre, la famiglia o la propria comunità. Per rendersi conto dell’entità del fenomeno, basti pensare che, ad oggi, 650 milioni di donne (21% della popolazione femminile mondiale), attualmente in vita, sono state spose bambine e che nell’Africa Subsahariana, il 37% delle donne contrae matrimonio prima dei 18 anni; mentre le MGF arrivano, in alcune regioni del mondo, a colpire fino al 90% della popolazione femminile».

Quali sono le possibili soluzioni?

«Porre le comunità migranti e i soggetti deboli (donne e bambine) al centro delle nostre società affinché, attraverso una presa di coscienza, innanzitutto delle vittime, muti il dato culturale e “tradizionale” che alimenta tali tipi di violazione. Dopo aver superato questo scoglio iniziale, è necessario trovare enti certificatori accreditati ed abbattere le barriere all’accesso a servizi di medicina medico-legale per le vittime ai fini di “prova” delle violenze subite. Bisogna, a tal fine, formare una classe di mediatori culturali (non più solo linguistici) e di operatori legali (in primis gli avvocati) che, a vario titolo e con approccio etnico e trasversale, consenta, in una o due generazioni, di eradicare il fenomeno in Europa e nei Paesi di provenienza. Significativi sono anche gli interventi contro il trafficking dalla Nigeria di enti antitratta italiani direttamente impegnati nei Paesi di reclutamento al fine di far conoscere alle giovani donne, potenziali vittime, i pericoli e le violenze collegate alla tratta di esseri umani».

di Mariella Fiorentino e Benedetta Guida

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°233 – SETTEMBRE 2022

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