Sergio Rubini spettacolo

INTERVISTA. Sergio Rubini sullo spettacolo contemporaneo: “L’arte non deve diventare un algoritmo”

Luisa Del Prete 22/09/2022
Updated 2022/09/22 at 4:50 PM
8 Minuti per la lettura

Regista e attore, dal teatro al cinema, Sergio Rubini è tra i maggiori esponenti del mondo dello spettacolo italiano. Con l’ultimo lavoro di regia per il film “I fratelli De Filippo”, Rubini ha dato conferma della sua rilevanza registica, che dal teatro al cinema non perde alcun colpo. Purtroppo, però, il mondo dello spettacolo è in continuo mutamento e, a volte, non sono sempre positivi. Alle volte si resta aggrappati a dei ricordi, a volte si estremizza fin troppo, al punto da arrivare ad una sterile omologazione. Ma questo mondo deve reagire, ha ancora molte ferite da dover curare.  

Cinema e teatro: due mondi per lei così vicini, anche se radicalmente opposti. Come riesce a muoversi tra i due settori senza la perdita della singolarità? 

«Mi approccio ad entrambi con lo stesso atteggiamento. Sono due forme contigue, non sovrapponibili, e credo che, quel vecchio pregiudizio di quando gli attori di teatro guardavano con sospetto gli attori di cinema, debba essere abolito. Ormai è caduto questo muro divisorio che separa queste due forme. Dobbiamo prendere esempio dai paesi anglosassoni in cui c’è questa sinergia tra teatro e cinema: il primo aiuta il secondo con le sue profondità e, viceversa, il secondo aiuta il primo con il suo idealismo». 

Si parla di una “crisi del cinema”. Lei cosa ne pensa a riguardo? 

«Se facciamo coincidere il cinema con le sale, è chiaro che questo mondo sta vivendo una crisi profonda che nasce da molto lontano. Non deve sorprenderci questa cosa perché tutto parte alla fine degli anni ‘70 con l’avvento delle televisioni private. Poi, aumenta man mano che la televisione si affina e si moltiplica in varie forme e piattaforme. È probabile, dunque, che il cinema, come si intendeva una volta, diventerà sempre più di nicchia. Questo non deve spaventarci poiché abbiamo assistito a tante trasformazioni drammatiche: dal vinile siamo passati al cd e adesso alle piattaforme digitali; l’importante è che non è sparita la musica. Quindi ciò che conta è che non svanisca il cinema. Noi abbiamo bisogno di storie e racconti che abbiano un senso e il cinema ci serve per ragionare, rispondere ad alcune delle nostre domande, aprirci ad altri mondi e contesti. L’importante è che il cinema sopravviva». 

Oltre che attore, lei è anche regista, sia teatrale che cinematografico. Com’è cambiata la regia nel tempo? Si può restare fedeli a sé stessi o bisogna necessariamente evolversi con “la massa”? 

«È un momento in cui è come se venisse chiesto agli autori di smettere di fare il loro ruolo, di non essere più individuati per la loro personale identità. C’è rischio di omologazione poiché non esiste più l’autore, ma il “realizzatore”. Vorrei porre all’attenzione un’altra cosa: dato che c’è questa standardizzazione degli autori, si presume che questo avvenga anche per gli spettatori. C’è uno specchio tra il pubblico e chi realizza; il primo si specchia nel film o nella serie che vede, ma se la serie non è più un’opera di ingegno, ma è frutto di un algoritmo, anche lo spettatore diventerà un algoritmo. Questo per me è preoccupante, non per gli autori che sono un migliaio nel mondo, ma per gli spettatori che siamo miliardi. Dobbiamo stare molto attenti perché con questo meccanismo delle piattaforme, siamo visti non più come degli esseri umani, ma come dei compratori delle cose che ci vengono propinate con lo scopo di “venderci qualcosa”. Noi, però, non siamo solo dei “compratori”, siamo degli esseri umani. Proprio per questo abbiamo bisogno di specchiarci in prodotti altrettanto umani. Dunque, se la regia si modifica è un bene, ma se si “disumanizza” bisogna preoccuparci perché si rifletterà, in maniera consequenziale, sullo spettatore». 

Nel film “I fratelli De Filippo”, chiacchierando con i protagonisti a febbraio in una precedente intervista, gli attori (Anna Ferraioli Ravel, Domenico Pinelli e Mario Autore) mi hanno parlato della grande responsabilità attoriale nell’interpretare rispettivamente Titina, Peppino e Eduardo. Lei ha sentito questo “peso – De Filippo”? 

«Ho sentito una grande responsabilità, ma ciò che mi ha guidato è stato l’amore verso questi tre personaggi e la voglia di raccontare quella storia. Un racconto di rivalsa che dà una grande lezione su come si parta dai margini per poi essere in grado di ribaltare il proprio destino. Ciò che mi ha animato ed ha dissipato i timori che potevano venire da questo carico di responsabilità, è stato l’amore verso questo racconto tipicamente nostro, tutto italiano. Una storia emblematica così come il nostro stesso paese: tutto parte da una condizione di svantaggio e grazie all’inventiva, alla capacità di soffrire, alla tenacia, riesce a farsi spazio nel mondo. Una storia che merita di essere raccontata tutta ed io l’ho fatto solo in parte, fino alla prima di “Natale in casa Cupiello”. Ci sono i 13 anni dopo che bisogna ancora raccontare: l’inizio della loro brillante carriera che dovrà fare i conti con l’avvento della guerra e il conseguente scioglimento del trio, un vero lutto nel teatro italiano. Anche se, poi, da questo lutto è nata l’opera più grande di Eduardo (Napoli milionaria) e Peppino è diventato la celebre spalla di Totò. Dal dramma dello scioglimento, che ha portato alla nascita di tre individualità altrettanto eccezionali».  

Quindi nei suoi progetti futuri ci sarà la seconda parte della storia dei De Filippo? 

«Assolutamente tra i miei progetti futuri c’è il continuare a raccontare questa storia. Era anche negli accordi a monte con il mio produttore. Inizialmente avevamo pensato di farne una serie; poi abbiamo pensato, per essere più veloci e utilizzare un linguaggio profondo, di farne un film. Abbiamo raccontato la prima parte e adesso stiamo girando la seconda». 

Le cose da lei messe in scena, dal teatro al grande schermo, hanno una grandissima carica emotiva. Ha una fonte di ispirazione? 

«Molte volte sono partito dalla letteratura. A volte sono partito da una fotografia o da una ferita. Tutto parte da lì: dalla voglia di disinfettare una ferita, mettendola in luce. Per questo ultimo film, ad esempio, sono partito da una ferita ed ho continuato sulla capacità di costruire qualcosa di grande attraverso quest’ultima. Spesso, l’artista può trovare la fonte di ispirazione dentro di sé, ma anche nella vita di un altro. Io sono riuscito a raccontare, con i De Filippo, la loro storia, ma anche un po’ la mia».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°233 – SETTEMBRE 2022

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