Marina Boscaino scuola

INTERVISTA. Scuola, la giornalista Marina Boscaino: “La politica vuole sudditi obbedienti”

Palmina Falco 26/09/2022
Updated 2022/09/26 at 9:34 AM
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Il sistema scolastico italiano si è radicalmente evoluto nel corso dei secoli ed è stato oggetto di numerose riforme: legge Casati, Coppino, riforma Gentiloni sono solo alcune delle più note ed importanti che hanno permesso di arrivare ad una concezione di scuola così come ad oggi la conosciamo. Ad oggi, per limitare incombenti problemi – la carenza di insegnanti, la messa in sicurezza degli edifici, il rapporto tra formazione e lavoro – e al contempo garantire passi avanti efficienti, modernizzazioni più disparate devono essere incessantemente effettuate 

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Prima ancora di parlare della Scuola 4.0 attuata dal ministro Bianchi citiamo dei dati MIUR alquanto sconfortanti. Nell’anno scolastico 2018-2019 e, nel passaggio al successivo, hanno abbandonato la scuola media 9.445 alunni, pari allo 0,56% del totale nazionale, mentre altri 6.322, pari allo 0,37%, hanno lasciato nel passaggio tra i cicli scolastici di primo e secondo grado. Secondo lei che riforme dovrebbero essere attuate per fare in modo che questi dati si azzerassero e, soprattutto, perché nel 2022 si combatte ancora contro l’Analfabetismo?  La convinzione fideistica che “le magnifiche sorti e progressive” possano fornire una risposta valida alla crisi degli apprendimenti, ai problemi di letto-scrittura e di comprensione e interpretazione del testo; e non solo: alla concentrazione esasperata di disagio psicologico, di disturbi dell’alimentazione, della incapacità attentiva, dovuta all’abuso di strumenti tecnologici da cui sono affetti un numero sempre crescente di adolescenti è dettata da una ideologica rimozione della realtà; dalla volontà di allontanare sempre più la scuola dal suo tèlos originario, dalla sua funzione di creare una “testa ben fatta”, così come l’ha concepita Edgar Morin.   Facendo riferimento a quando lei stessa è stata un’alunna, cosa è cambiato nella scuola di ieri ed in quella di oggi? C’è qualcosa che non è cambiato affatto?  Il ministro ha spiegato a proposito della riforma Scuola 4.0 “entro il 2026 renderemo tutte le aule del Paese attrezzate per una didattica innovativa”. Da quest’ultime parole comprendiamo che un cambiamento sarà imprescindibile ma, secondo lei, quest’ultimo dovrebbe riguardare aspetti puramente strutturali (nuove tecnologie) oppure dovrebbe essere di più ampio respiro? Questi cambiamenti potrebbero riguardare, ad esempio, l’idea di creare una scuola sostenibile? Grazie alla scuola i bambini hanno la possibilità di studiare il loro passato, comprendere il loro presente e immaginare il loro futuro e a tal proposito riteniamo che sia importarne garantire il suo massimo funzionamento. Secondo lei e la sua visione, l’attuazione della Riforma 4.0 comporta solo aspetti positivi oppure annette in essa anche dei lati negativi, magari dei problemi che non tiene in considerazione? Qual è la qualità più importante che la scuola dovrebbe trasmettere sempre ai suoi studenti a prescindere dai tempi futuri e dai cambiamenti a cui essa stessa sarà soggetta?  

Soprattutto negli ultimi decenni, nel mondo della scuola emerge un valore aggiunto di una visione diversa e innovativa della didattica, quella digitale. Alla luce dell’esperienza della pandemia la Dad – Didattica a distanza – ha garantito la continuità dell’insegnamento e dell’apprendimento durante l’emergenza Covid-19. Se da un lato ha permesso agli studenti di conciliare il distanziamento sociale e il proseguimento delle attività formative, dall’altro è stato uno shock culturale per il sistema scolastico italiano, in quanto ne ha evidenziato le limitate esperienze di scuola digitale. 

Questa esperienza, dunque, ha contribuito ad aprire gli occhi, su una nuova modalità innovativa da affiancare alla didattica tradizionale. Ecco che, probabilmente da questa esperienza, il Ministro dell’Istruzione Bianchi il 17 giugno 2022, informò tramite un’intervista del giornale Sole 24ore di aver firmato il piano Scuola 4.0. In quest’ultima si prospetta un nuovo modello di scuola soprattutto per i lavori del futuro. 

Il Piano “Scuola 4.0” prevede il finanziamento della realizzazione degli ambienti di apprendimento innovativi e dei laboratori per le professioni digitali sulla base di un riparto nazionale dei fondi fra le istituzioni scolastiche statali italiane, al fine di poter offrire a tutte le scuole e a tutti gli studenti l’accesso alle medesime opportunità educative offerte dall’educazione digitale. Abbiamo deciso di confrontarci a proposito del piano “Scuola 4.0” con la giornalista Marina Boscaino, docente di italiano e latino in un liceo classico di Roma, blogger del Fatto Quotidiano e di MicroMegaOnline, e coordinatrice dell’Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica. 

Marina Boscaino scuola

Prima ancora di parlare della Scuola 4.0 attuata dal ministro Bianchi citiamo dei dati MIUR alquanto sconfortanti. Nell’anno scolastico 2018-2019 e, nel passaggio al successivo, hanno abbandonato la scuola media 9.445 alunni, pari allo 0,56% del totale nazionale, mentre altri 6.322, pari allo 0,37%, hanno lasciato nel passaggio tra i cicli scolastici di primo e secondo grado. Secondo lei che riforme dovrebbero essere attuate per fare in modo che questi dati si azzerassero e, soprattutto, perché nel 2022 si combatte ancora contro l’Analfabetismo?  

«Rispondere a questa domanda significa mettere in gioco tutta la mia attività di militanza in difesa della scuola pubblica, nata in occasione della riforma dell’autonomia scolastica (1997-99). Da quel momento si sono susseguite moltissime (contro)riforme che mi hanno vista fieramente contraria: Moratti, Gelmini, Profumo, Renzi e – da ultimo – Bianchi, benché appartenenti a schieramenti politici differenti, hanno governato la scuola con analoghe intenzioni 

Tutte – nonostante le dichiarazioni – profondamente indifferenti al diritto allo studio e alla centralità dello studente e della studentessa, soggetti in apprendimento. Questi ministri, assieme ad altri dal mandato più breve e dall’approccio meno violento – corresponsabili comunque – hanno progressivamente sottratto alla scuola la sua funzione di laboratorio di cittadinanza consapevole. Ciò non è stato dovuto ad una disattenzione, ma ad un preciso progetto che, partito dall’Europa, è stato assecondato dalle forze politiche nazionali: una scuola valida è una scuola che produce profitto, diretto o indiretto.  

Quale profitto si vuole che produca seguire i tempi distesi dell’apprendimento, risolvere i problemi di comprensione del testo, assicurare una conoscenza approfondita negli ambiti disciplinari, inseguire il senso della poesia, della filosofia, del linguaggio matematico? Meglio sostituire le conoscenze con le competenze, il sapere con il fare; meglio creare lavoratori (e consumatori) acritici, che saranno elettori docili, inconsapevoli dei propri diritti e dei propri doveri.  

La cultura rende esigenti, e sembra non si vogliano cittadini esigenti, ma sudditi obbedienti. E così si sono inserite nella scuola parole (e intenzioni) come competizione; si è cominciato ad usare il linguaggio economico-bancario (crediti e debiti); si è continuato a comprimere la conoscenza in spazi sempre più asfittici e settoriali (i test Invalsi); si sono sottratte ore alle discipline; si sono creati veri e propri totem, come l’imprescindibilità della tecnologia.  

Un mondo semplificato, dove la verità è solo una (vero/falso), dove non c’è spazio per il dubbio e, dunque, per l’approfondimento. Il problema della dispersione scolastica non è mai stato affrontato credendo in una scuola seria, qualificata, in cui gli insegnanti vengano realmente formati per rispondere alla complessità di un mondo e di relazioni in continuo cambiamento, di una dimensione non binaria dell’apprendimento; credendo nella capacità di istillare curiosità e passione attraverso lo strumento delle discipline scolastiche e della relazione educativa, nell’importanza formativa dell’errore, nella straordinaria volontà di trasmettere passione.  

Si sono messe alcune pezze, immaginando che l’uso delle tecnologie potesse fornire risposte significative, a discapito di conoscenza e riconoscimento della peculiarità di ciascuno/a studente o studentessa. Si è creduto che la semplificazione potesse essere una risposta accettabile. Non è così. Dal PNRR, per quanto riguarda la Scuola 4.0, leggiamo: “100 mila classi tradizionali saranno trasformate in aule connesse, con l’introduzione degli strumenti più adatti.  

Saranno tenuti laboratori per le professioni digitali nel secondo ciclo scolastico, e verrà digitalizzata anche il comparto amministrativo. 40 mila edifici scolastici e relativi annessi saranno cablati per consentire la digitalizzazione dell’insegnamento. Questo potrà quindi includere l’uso di tecnologie nell’ambito del coding, della robotica, della realtà virtuale applicata alla didattica”». 

La convinzione fideistica che “le magnifiche sorti e progressive” possano fornire una risposta valida alla crisi degli apprendimenti, ai problemi di letto-scrittura e di comprensione e interpretazione del testo; e non solo: alla concentrazione esasperata di disagio psicologico, di disturbi dell’alimentazione, della incapacità attentiva, dovuta all’abuso di strumenti tecnologici da cui sono affetti un numero sempre crescente di adolescenti è dettata da una ideologica rimozione della realtà; dalla volontà di allontanare sempre più la scuola dal suo tèlos originario, dalla sua funzione di creare una “testa ben fatta”, così come l’ha concepita Edgar Morin.   

«Per rispondere sinteticamente, io credo che il modello di riforma, quello che è stato dismesso da 25 anni a questa parte – dall’autonomia scolastica in poi – sta scritto nel combinato tra il comma 2 dell’art 3 della Costituzione (che affida alla Repubblica il “compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” e che quindi individua nella scuola lo strumento più potente per svolgere tale compito) e gli art. 33 e 34, che promuovono una scuola democratica, pluralista, inclusiva, pubblica, laica» 

Facendo riferimento a quando lei stessa è stata un’alunna, cosa è cambiato nella scuola di ieri ed in quella di oggi? C’è qualcosa che non è cambiato affatto?  

«La scuola che ho frequentato io si avvicinava molto più al modello cui facevo riferimento in precedenza. Si trattava di una scuola che assegnava alle conoscenze che venivano trasferite alle studentesse e agli studenti una funzione emancipante, per renderli più liberi, più consapevoli; che individuava concetti organizzatori che consentivano connessioni tra i saperi disciplinari; che creava i presupposti della cultura. Oggi questo mandato che – ripeto – la Costituzione affida alla scuola è stato dimenticato.  

Sono subentrate progressivamente altre istanze. La scuola deve formare al lavoro, lo ha ribadito pochi giorni fa l’uscente ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi. E deve farlo attraverso strumenti quali l’ASL e il PCTO, ma anche la semplificazione, l’abbattimento dei saperi disciplinari, il saper fare vs il sapere.  Non credo sia la strada giusta. La scuola non ha questo compito, ma quello di cui parlavo prima: la creazione di cittadinanza consapevole. Un cittadino colto sarà un cittadino in grado di interpretare messaggi, di sottoporre la realtà al pensiero critico analitico, di pensare con la propria testa, di sottrarsi all’omologazione.   

La scuola di oggi, inoltre, è enormemente più escludente. Il divario tra la conoscenza impartita nei licei e nell’istruzione tecnico professionale è enormemente aumentato, non comprendendo che – attraverso questo tipo di atteggiamento – si ritorna alla scuola di classe: i ricchi con maggiori opportunità, oltre quelle di nascita. I più svantaggiati – quelli che secondo i dati si rivolgono all’istruzione tecnico professionale – sempre più condannati alla marginalità. La scuola italiana non è più “l’ascensore sociale” previsto dalla Costituzione e dall’art 3, che ho citato in precedenza». 

Il ministro ha spiegato a proposito della riforma Scuola 4.0 “entro il 2026 renderemo tutte le aule del Paese attrezzate per una didattica innovativa”. Da quest’ultime parole comprendiamo che un cambiamento sarà imprescindibile ma, secondo lei, quest’ultimo dovrebbe riguardare aspetti puramente strutturali (nuove tecnologie) oppure dovrebbe essere di più ampio respiro? Questi cambiamenti potrebbero riguardare, ad esempio, l’idea di creare una scuola sostenibile? 

«Non mi piacciono le etichette, che spesso nascondono ricette facili, gli annunci che occhieggiano alle attese più superficiali delle persone. In questo caso si usa la modernità come specchietto per distogliere dalla attenzione della gente ciò che non funziona in un ambiente complesso come la scuola; si sposta l’attenzione dal “cosa” al “come” insegnare.  

È stato questo l’atteggiamento che ha caratterizzato le intenzioni dei ministri che si sono alternati negli ultimi 20 anni: dalla “scuola delle 3i” (impresa, inglese, informatica) della Moratti al progetto di Bianchi, esplicitato peraltro in un suo libro “Nello specchio della scuola”. Un progetto che – considerata la caduta del governo Draghi – potrebbe non trovare la condivisione del nuovo ministro; e certamente non mi strapperò le vesti, considerando alcuni provvedimenti devastanti che nel suo breve mandato Bianchi ha assunto, in particolare il DL 36/22.  

Se per scuola “sostenibile” intendiamo una scuola che sia in grado di svilupparsi in modo da assicurare il soddisfacimento dei bisogni della attuale generazione, senza compromettere la possibilità per le generazioni future di realizzare i propri, ancora una volta devo affermare che la deriva aziendalistica della scuola italiana, la sua torsione sulle competenze e sulla standardizzazione degli apprendimenti rappresenta – al contrario – un ostacolo alla sostenibilità, anche per i motivi che ho provato ad esprimere precedentemente». 

Grazie alla scuola i bambini hanno la possibilità di studiare il loro passato, comprendere il loro presente e immaginare il loro futuro e a tal proposito riteniamo che sia importarne garantire il suo massimo funzionamento. Secondo lei e la sua visione, l’attuazione della Riforma 4.0 comporta solo aspetti positivi oppure annette in essa anche dei lati negativi, magari dei problemi che non tiene in considerazione? 

«Al di là del fatto che non sono contraria all’uso delle tecnologie nella didattica, ritengo che l’attuazione di tale riforma comporterebbe molti più aspetti negativi che positivi, come ho cercato di spiegare. Si affida alla digitalizzazione una funzione taumaturgica, continuando a non considerare i gravissimi problemi che assillano la scuola e che nessuna tecnologia potrà risolvere. La scuola italiana – come ha dimostrato senza ombra di dubbio il Covid – è un luogo inadeguato sia all’apprendimento che alla salute pubblica; è impensabile che – considerando i 2,1 mld che il PNRR destina alla Scuola 4.0 – che non si sia pensato nemmeno per un momento a mettere mano al rapporto alunni/docente, che ha portato al fenomeno comunemente denominato “classi pollaio”. Eppure avere delle classi meno numerose comporterebbe un miglioramento decisivo della didattica, nonché condizioni igieniche e di sicurezza più consone» 

Qual è la qualità più importante che la scuola dovrebbe trasmettere sempre ai suoi studenti a prescindere dai tempi futuri e dai cambiamenti a cui essa stessa sarà soggetta?  

«La serietà, la lealtà, la consapevolezza, il pensiero divergente, l’impegno, il senso della cultura emancipante, l’importanza della socialità». 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°233 – SETTEMBRE 2022

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