Riello Procuratore corte d'appello

INTERVISTA. Riello, Procuratore della Corte d’appello di Napoli: “La politica non vuole una Magistratura indipendente”

Antonio Casaccio 12/09/2022
Updated 2022/09/12 at 5:46 PM
7 Minuti per la lettura

Luigi Riello, Procuratore generale presso la Corte d’appello di Napoli, ha una dialettica di rottura che riesce a persuadere l’attenzione di chi lo ascolta. È un magistrato di lungo corso, con esperienze nel Csm e in Cassazione che l’hanno portato a sostenere l’accusa in processi come quello per le stragi di via Fauro e di via Palestro e sull’omicidio di Meredith Kercher. Più che del suo background professionale, ciò che colpisce del procuratore Riello è un senso critico impattante, sintomo di un’autonomia che dovrebbe essere il faro del sistema giudiziario. Abbiamo avuto modo di intervistarlo durante la consegna della cittadinanza onoraria del comune di Castel Morrone, territorio di origine del padre e del nonno. In una cornice meravigliosa e in una serata impeccabilmente organizzata dall’amministrazione del sindaco Cristoforo Villano, abbiamo discusso degli effetti delle riforme della Giustizia sull’intero sistema.

Qual è la sua analisi sulla riforma Cartabia che ha avuto come obiettivo la riduzione dei tempi processuali?

«Tutti abbiamo come obiettivo la riduzione della durata dei processi, sia nel civile che nel penale ormai abbiamo tempi intollerabili, per niente degni di un paese civile. Un cittadino può aspettare anche dieci anni per una sentenza in ambito civile, lo stesso vale per il penale; per il cittadino significa sottostare al giogo del processo per un tempo enorme. La riforma Cartabia affronta il problema nel lato più semplicistico. Lei è partita da un tema giusto, ovvero la non decorrenza della prescrizione a seguito della sentenza di primo grado, così ha improntano il suo intervento su una modifica del giudizio d’appello.

Se si segue questo ragionamento bisogna riconoscere che la Ministra ha esordito con una domanda legittima e che condivido: se la prescrizione non decorre più, il giudizio di appello può diventare “interminabile”. Come risolvere questo problema? Partendo da questo giusto presupposto ritengo, però, che la soluzione della riforma Cartabia sia inappropriata. La soluzione della riforma è che il giudizio di appello non può durare più di due anni, ma fissare un termine non è una vera risposta al problema: così è una tagliola. Si dovrebbe intervenire sui mezzi e sulle norme per un giudizio più celere che, nei fatti, possa concretizzarsi in due anni».

Lei ha avuto modo di confrontarsi direttamente con la Ministra sul tema…

«Sì e proprio sul termine in due anni del giudizio d’appello le feci un esempio che considero calzante. Molto spesso faccio la tratta Napoli – Roma con treno alta velocità che impiega all’incirca 1 ora e 10 minuti, ma qualche giorno (per un guasto, un suicidio sui binari etc.) può capitare che il treno abbia un ritardo e che io impieghi 3 ore per giungere a Roma. Io mi arrabbio anche con Trenitalia, ma almeno sono felice di essere arrivato alla mia destinazione.

Se dovessimo applicare a questo caso la riforma Cartabia, dopo 1 ora e 10minuti di viaggio il treno avrebbe dovuto fermarsi, le porte spalancarsi e io sarei stato scaricato in una campagna di Frosinone. Questo per dire che la soluzione al problema non è l’imposizione di un termine, anche ragionevole, ma bisogna avere una visione più ampia. Bisogna razionalizzare il processo penale, il nostro Paese attualmente soffre una sentenza di primo grado non esecutiva e ricorsi indiscriminati in appello e in Cassazione».

Davvero l’autonomia della magistratura è sotto attacco?

«È sempre sotto attacco. Una magistratura davvero indipendente non fa comodo a nessun potere politico, senza differenze tra destra, sinistra e centro. Un pubblico ministero indipendente non fa comodo. Sono contrario alla separazione delle carriere, ma sarei disposto a ingurgitare questo amaro boccone solo se avessi a certezza che l’ufficio di un pubblico ministero non verrà mai sottoposto al potere esecutivo e quindi al Ministro della Giustizia. Se l’ufficio del pm è sotto il giogo politico, l’autonomia del giudice diventa un bluff. Al giudice arriva ciò che gli invia il pm: se dalla fonte viene tagliata l’acqua o è inquinata sarà quella ad arrivare a valle. Il vero moto del processo è il pm, l’indipendenza del giudice non può essere scissa dalla sua».

Qual è l’analisi che fa sulla rigenerazione e il contrasto delle organizzazioni criminali?

«Fortunatamente non siamo all’anno zero, gli arresti e la cattura dei grandi latitanti sono stati risultati molto importanti. Credo che dobbiamo insistere sulle confische, il nostro obiettivo dev’essere sottrarre ricchezza e beni ai mafiosi. Loro temono molto più la confisca che l’arresto, perché gli arrestati possono essere rimpiazzati dai clan ma le ricchezze scompaiono, non sono duplicabili.

La ricetta è difficile perché parliamo di fenomeni radicati nella storia, sin dall’Unità d’Italia. Vediamo amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose, ne vengono sciolte tre ma magri ne dovrebbero essere di più. L’importante è non dichiarare “la bancarotta della democrazia”, occorre una rivoluzione culturale che vada di pari passo con l’attività di repressione. Voi siete giovani cronisti e avete un potere importante, la palla non spetta solo a voi ma c’è bisogno di una società civile che non si nasconda. La mafia ha colpito Falcone e Borsellino perché erano uomini soli, oggi le cose sono cambiate, ma il cammino è ancora difficile».

Ph. Tommaso Silvestro

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°233 – SETTEMBRE 2022

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