Pubblicità

Sono passati sette anni dall’ultimo album de Il Teatro Degli Orrori, due – mi fa giustamente notare Capovilla – da un suo disco dedicato alle poesie di Paolucci, FINCHÈ GALERA NON CI SEPARI. Oggi è fuori il suo album con un nuovo progetto musicale: Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri: Egle Sommacal (Massimo Volume), Fabrizio Baioni (Drunken Butterfly) e Federico Aggio (Lucertulas). Con Pierpaolo Capovilla, non ci si dice niente di banale. Anche quando, ammetto, certe domande a lui rivolte possono risultare così. Ma l’occasione era ghiotta ed opportuna.

Qualche anno fa, tutto eccitato, comprai insieme ad un amico un biglietto de Il Teatro degli Orrori. Dovevamo farci trovare presenti a Napoli. Eravamo incuriositi da Pierpaolo Capovilla, rapiti da quella rabbia che fuoriusciva dai suoi pori durante qualche concerto molto sentito. Ammirazione del performer poetico, scatenati ed impazziti per le sue canzoni che parlavano di Ken Saro-Wiwa, un poeta e attivista nigeriano. Ahinoi, quel concerto saltò. Da quel giorno, il Teatro Degli Orrori finì di gridare.

Pubblicità

«Sto vivendo una resurrezione. Era ora di tornare su un palco rock»

Un disco nuovo, chiamato proprio come la nuova band, uscito il 27 maggio. Critica, politica e musica. Questo il manifesto. Critica, poichè con Capovilla puoi calcare tante tematiche anche fuori dall’ambito musica. E statene certi, che si sia in armonia o in discordanza, con qualcosa di nuovo rincaserai. Magari con la concezione che la musica popolare, può farsi cultura politica. Politico, certamente, perchè l’intervistato ha una sua coscienza sullo stato delle cose. Musica, senza trascurarla. Otto brani duri come dei cazzotti nello stomaco, due carezze per sopportare il mondo in cui ci ritroviamo. La canzone che prende posizione, istruisce e racconta.

Informare Online intervista Pierpaolo Capovilla

Cosa hai provato a ritornare con un progetto discografico dopo sette anni?

«In realtà nel 2019 ho pubblicato FINCHÈ GALERA NON CI SEPARI, un disco di poesie di Emidio Paolucci, poeta detenuto, con l’ausilio di Paki Zennaro alle musiche. Non una semplice audiolettura, dunque, ma un album vero e proprio, e del quale vado anche fiero, perché lo considero fra le cose più riuscite ch’io abbia fatto. Ma è chiaro che questo nuovo disco è anche un nuovo progetto di vita. Una resurrezione, mi vien da dire, perché non calcavo un palcoscenico compiutamente rock da troppo tempo. Mi sembra di nascere a nuova vita. Era ora».

Sono stati due anni di panico totale. La pandemia ha rigettato il settore artistico e culturale nell’abisso. Eppure, anche in questo settore ci sono padri e madri di famiglia, ragazzi e ragazze che devono mandare avanti la baracca. Come mai nel 2022 c’è ancora questa lontananza tra le istituzioni e il mondo della cultura?

«Sono stati due anni insopportabili! Per il settore musicale è stato un periodo veramente drammatico. Temo che, nella realtà di ogni giorno, non possiamo non osservare come il ceto politico si dimostri insufficiente e inadeguato. Manca una visione del futuro, e manca anche un’idea di paese. Nel paese più ricco d’arte e cultura al mondo, ci ritroviamo immersi in quella falsa coscienza per la quale arte e cultura non rappresentano un fattore di sviluppo economico. C’è da non crederci».

Nel primo brano estratto dal nuovo album, c’è “Morte ai poveri” dove tratti di razzismo. L’Italia è ancora un paese razzista? 

«Per come la vedo io, non c’è alcun dubbio che nel paese si celi un sentimento di diffidenza, paura e intolleranza nei confronti dei migranti. E che cos’è questo sentimento, nella sua irrazionalità, se non ‘razzismo’?. Inutile girarci intorno: i due partiti nei sondaggi più popolari, la Lega e Fratelli d’Italia, sono entrambi di estrazione fascista, il maggior partito di ‘sinistra’, il PD, non ha mosso un dito per riformare le politiche di accoglienza e integrazione dei migranti, ancora intrappolate nei così detti ‘decreti sicurezza’, che sono un insulto non soltanto nei confronti della moralità di tanta brava gente, ma anche in quelli dell’intelligenza, della capacità di comprendere le circostanze storiche del paese nel suo insieme».

«Decreti sicurezza? Un insulto alla moralità di tanta brava gente…»

E poi hai anche omaggiato Thomas Sankara. Puoi raccontare ai nostri lettori chi era Sankara?

«Thomas Sankara rappresenta il più macroscopico esempio di come il colonialismo occidentale ha voluto intendere il diritto dei popoli africani all’autodeterminazione. Sankara è stato un gigante della politica per tutta l’Africa, un clamoroso esempio di come il continente africano avrebbe potuto emanciparsi dal giogo neo-coloniale, e intraprendere un percorso di progresso umano e sviluppo economico vero, concreto, politico, ché la politica è l’arte pianificare e del fare. Di formazione militare, prese il potere con un colpo di stato (incruento) in Alto Volta, nel 1983, e in soli tre anni, rinominato il paese in Burkina Faso (la Terra degli Uomini Integri), lo trasformò dal più povero del mondo all’unico stato africano autosufficiente dal punto di vista alimentare, sanitario e nel campo dell’istruzione.

Rifiutò di pagare il debito contratto in epoca coloniale, ‘conditio sine qua non’ per poter fare qualsiasi cosa in Africa, e per questo venne assassinato, nel 1987, insieme a numerosi ufficiali dell’esercito burkinabé, in un nuovo colpo di stato ordito da Francia, USA e Regno Unito, e dal suo migliore amico e sodale rivoluzionario, Blaise Compaoré, che si lasciò corrompere e riportò il Burkina Faso nello stato di fame e miseria nel quale ancora si trova. Nel suo discorso contro il debito, tenutosi ad Adis Abeba nell’87, Sankara trovò parole chiarissime per descrivere come è l’indebitamento contratto nell’epoca coloniale che rende impossibile qualsiasi processo di riforma per i popoli africani (scrivo al presente perché è ancora così), e aggiunse anche una frase tremendamente profetica, e la disse sorridendo, come era nel suo carattere: rivolgendosi ai capi di stato di tutta l’Africa, li invitò a seguirlo nella sua scelta di rifiuto del debito, e aggiunse che se non fosse stato seguito, sarebbe stato il suo ultimo discorso pubblico. E così fu.  Quando ascoltiamo i nostri politici affermare ‘aiutiamoli a casa loro’, pensiamo dunque alla sorte di Thomas Sankara, perché è così che va a finire se ti metti contro il FMI, la Banca Mondiale, e le élite occidentali, altro ché!».

Trent’anni dalle morti di Borsellino e Falcone. Proprio quest’ultimo, ti ha dato lo spunto per il tuo brano “Follow the Money”: «Segui il denaro e troverai i mandanti». Cosa puoi dirci di questo pezzo?

«È un’ allegoria. Falcone si riferiva alle organizzazioni criminali e alle loro cupole, suggerendo che seguire i flussi finanziari avrebbe portato al loro disvelamento. Possiamo dire lo stesso del mondo intero, perché osservando il grottesco accumulo di ricchezza di alcuni, troveremo la miseria delle masse, e le guerre. Troveremo anche il perché dei flussi migratori, dovuti allo sfruttamento indiscriminato delle risorse e a quello che in tempi non sospetti Frantz Fanon chiamò ‘scambio ineguale’. Troveremo anche il motivo del mutamento climatico, perché al capitalismo non interessano le conseguenze ecologiche e sociali dei suoi atti e strategie. Il capitalismo è miope, o meglio, finge di esserlo».

«Sankara un gigante. Con lui, il continente africano poteva emanciparsi dal giogo neo-coloniale».

Che rapporto hai con il denaro? Cosa ne pensi di un giocatore di calcio pagato 50 milioni di euro netti a stagione per tre anni (mi riferisco a Kylian Mbappè, giocatore del PSG)? È stato detto che sia un insulto al calcio. Non pensi che, in generale, sia uno schiaffo alla miseria?

«Amo la povera gente, detesto i ricchi. Di Mbappè me ne infischio bellamente. Sono da sempre conquistato dalla massima marxiana “da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo le sue necessità”».

Nel vostro nuovo lavoro, ho trovato umanità, rispetto per gli ultimi, voglia di raccontare le loro esistenze. È questo quello che fa un cantautore. Ci sono, nel mare magnum di oggi, cantautori che vogliono far conoscere realtà difficili?

«Certo che sì. E sono tanti. In questi giorni, giusto per fare un esempio che mi coinvolge personalmente, sto collaborando con un giovane rapper romano, Corrado, in arte 1989, per una canzone dedicata alla figura di Giordano Bruno, ma che ci racconta, tutta intera, le contraddizioni dei nostri tempi. Anche fra i più giovani sta rinascendo un sentimento critico verso le condizioni esistenziali in cui veniamo costretti. Sono e resto fiducioso».

In Minutegirl parli dell’incubo del nucleare. Siamo circondati da paesi che hanno disponibilità di armi di questo tipo. Oggi la potenza di una nazione si dimostra con il possedere armi nucleari anziché con una virtuosa amministrazione nei confronti dei suoi cittadini?

«Amico mio… Ti ricordo che un centinaio di missili interbalistici termonucleari sono dislocati dalla NATO proprio in Italia, non sappiamo nemmeno bene dove! Ma questa tua domanda mi induce ad un’osservazione che credo sia cruciale. Abbiamo un problema enorme nel mondo, e si chiama Stati Uniti d’America. Dentro questo problema, ce n’è uno ancor più grave, e si chiama Complesso Militar-Industriale. Gli USA costituiscono un impero talassocratico che basa la sua potenza sulla violenza militare e il controllo dei mercati finanziari. Di fronte a questa potenza prevaricatrice e omicidiaria noi non siamo che stati-vassalli, e non perché lo dice Putin, ma Noam Chomsky».

Pubblicità