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INTERVISTA. Palestina e giornalismo, il pensiero di Eliana Riva

Gianmario Ricciardi 04/06/2024
Updated 2024/06/04 at 1:10 AM
6 Minuti per la lettura

Dal 7 Ottobre scorso la situazione nella Striscia di Gaza si aggrava di giorno in giorno. È ormai sotto gli occhi di tutti la responsabilità del governo israeliano, che con la sua feroce reazione al (pur atroce) attacco di Hamas ha ormai provocato oltre 35.000 vittime nella Striscia. Ne abbiamo parlato con Eliana Riva, giornalista estera e storica, da anni impegnata a studiare e capire la questione palestinese, e che a Gennaio si è recata personalmente al confine con la Striscia (Israele infatti non permette ai cronisti di entrarvi), e in Cisgiordania. 

La situazione in Medio Oriente è sempre più tesa, il tutto a scapito, come sempre, della popolazione civile. Da cronista che ha realmente visitato le zone limitrofe alla Striscia di Gaza, come si configura la situazione umanitaria al momento? 

«Dentro la Striscia, come si diceva, non è possibile entrare. Quello che sta accadendo è senza precedenti. L’Unicef ha recentemente rilevato che a Rafah si è concentrata una popolazione maggiore di quella di New York. Tanti colleghi sono morti, e anche grazie al loro lavoro sappiamo che la situazione è tremenda. Quello che si stava cercando di scongiurare, anche grazie alla comunità internazionale, è quest’ultimo assalto a Rafah, che tuttavia è ormai in atto. La sanità non esiste più, si muore di fame e i ragazzi non vanno a scuola e in università da sette mesi». 

La questione israelo-palestinese è estremamente complessa e affonda le sue radici in conflitti mai risolti già all’inizio del secolo scorso. Come possiamo quindi esprimere una valutazione storica complessiva del fenomeno, per evitare riduzioni faziose a pro-Israele e pro-Hamas? 

«Bisogna partire da un principio basilare: non è cominciato tutto il 7 ottobre. La narrativa spesso è questa qui, ma ci sono fiumi di relazioni dell’ONU che documentano l’occupazione dei territori palestinesi, che non a caso per il diritto internazionale si chiamano “territori palestinesi occupati”, oltre che dello stato di apartheid in cui vivono gli abitanti. La Striscia di Gaza è una prigione a cielo aperto: Israele decide cosa e quando entra o esce qualsiasi cosa. Le radici vanno quindi ricercate nelle ragioni storiche e anche nelle responsabilità che ha l’Occidente. Il nostro senso di colpa per ciò che è avvenuto nella seconda guerra mondiale ha reso la spartizione fatta iniqua e ingiusta».

Nella storia recente dell’Occidente poche ondate di protesta hanno fatto presa sulla coscienza giovanile quanto quella a favore della Palestina. Anche nelle università americane si occupa e si lotta. Come spiegare questo coinvolgimento dell’opinione pubblica occidentale? 

«Le armi che Israele sta utilizzando a Gaza sono armi americane, e le immagini che arrivano da Gaza sono forti. I giovani e gli studenti sono la speranza, e il silenzio dell’amministrazione Biden, e al contempo la copertura delle forniture di armi, sono state troppo». 

Israele sta agendo anche nella direzione di un progressivo smantellamento della libertà di stampa nel paese, con anche la chiusura forzata di reti fondamentali come Al-Jazeera. Quanto è importante quindi l’attività dei reporters internazionali e cosa rischiano nella Striscia? 

«Non potendo entrare a Gaza, come i miei colleghi, ho girato in Cisgiordania, e guardare luoghi dove ci sono bombardamenti quotidiani e fortissime limitazioni sui movimenti è qualcosa che va raccontato e spiegato. Molte delle persone che abbiamo intervistato sono state arrestate senza alcun motivo e sono tuttora in prigione. Abbiamo raccontato la storia della madre di Jenin a cui sono state uccise quattro figlie da un drone. Noi queste storie non le conosciamo, ma conosciamo le storie delle vittime del 7 ottobre, il che è giustissimo, ma ogni dolore è dolore. L’accaduto ad Al-Jazeera è incommentabile, perché questa emittente è una fonte primaria di notizie fatta di grandi professionisti». 

Tornando al nostro Paese, qual è oggi il futuro della professione del giornalista in Italia e cosa rischia una stampa che cerca di rimanere libera da infiltrazioni politiche? 

«Non credo sia roseo; le condizioni lavorative sono completamente cambiate, e spesso ci si sente costretti a seguire direttive limitanti, in particolare nel servizio pubblico. La scelta c’è sempre, ed è quella di ribellarsi. Ci sono tante piccole riviste indipendenti che cercano, con difficoltà, di portare notizie prive di connotazione politica. Anche il lavoro dei freelance è molto cambiato, ed è molto più difficile rispetto ad un tempo. Creare dei piccoli schiavi anziché persone libere è uno degli obiettivi impossibili da ignorare»

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