INTERVISTA. Midnight Again: il nuovo album degli …A Toys Orchestra

Valeria Marchese 09/04/2024
Updated 2024/04/08 at 4:06 PM
6 Minuti per la lettura

Midnight Again” è il nuovo album d’inediti di …A Toys Orchestra uscito lo scorso 22 marzo. Tra le band più affascinanti e raffinate nel panorama rock italiano del nuovo millennio, hanno infiammato centinaia di palchi in patria e all’estero con importanti partecipazioni a festival europei come l’Eurosonic Noorderslag in Olanda o il Reeperbahn Festival in Germania. 

Dopo anni di pausa la band rompe il silenzio con “Midnight Again” dando forma ai pensieri, agli spunti e alle suggestioni che si sono susseguiti in questi anni di stasi riportando indietro le lancette del tempo e chiudendo un percorso partito molto prima, in una sorta di “eterno ritorno musicale”.

Il disco è stato anticipato dal singolo e videoclip “Life Starts Tomorrow” e dal singolo “Take Me Home”. Le diverse storie di vita vissuta vengono raccontate tramite ballate evocative, accenni di soul e brani blues-rock dall’andamento squadrato e cubista, mantenendo nei propri testi un approccio velatamente ironico e restituendo un quadro sonoro dalle atmosfere internazionali.

Per Informare abbiamo intervistato il frontman della band, nata e formatasi ad Agropoli, Enzo Moretto. 

Qual è stato il momento più emozionante durante la creazione di questo nuovo album e come ha influenzato il vostro sound complessivo?

«Questo album ha diversi momenti che ci hanno emozionato complessivamente. Innanzitutto perché è un disco che viene da una lunga pausa artistica e dunque ha riacceso tutto lo spettro emozionale legato alla musica. Sicuramente tra i momenti più belli ricordiamo quando abbiamo ricominciato ad allestire lo studio e la creazione degli arrangiamenti con altri musicisti. Abbiamo portato in studio tante persone e tanti artisti che ci hanno dato un sacco di calore ed affetto».

Come mai questo lungo periodo di pausa? 

«Credo sia dovuto ad una commistione di fattori, alimentata sicuramente dal periodo Covid che ha rallentato tutti i progetti. C’era anche un bisogno fisiologico di fermarsi data la grande età del gruppo, sentivamo tutti il bisogno di prendere fiato e anche vicende personali hanno fatto sì che il tempo corresse molto rapidamente».

Che parole sentite di spendere sulle collaborazioni che avete portato nel disco? 

«Solo ottime parole. Quando stavamo pensando al disco non avremmo mai immaginato di trovare le persone giuste con cui condividere questo percorso. Sia sul piano umano che artistico le nostre collaborazioni sono state un “buona la prima!”, hanno offerto tutti un apporto fondamentale sia per la realizzazione delle nostre idee che nel fornire spazi di arricchimento».

Qual è il messaggio principale che volete trasmettere con questo nuovo lavoro? 

«Non mi viene mai veramente facile raccontarlo. Sicuramente è centrale il fattore del vissuto: cerchiamo di raccontarlo, di rielaborarlo. Ma in realtà non esiste un messaggio univoco in questo disco, sostanzialmente l’album non è un concept album».

Come pensate che questo album si distingua dai vostri lavori precedenti? 

«Ogni album è diverso dall’altro nella nostra carriera. È diverso nel suo approccio del voler mescolare tecniche e stili, non limitandosi a quello che già conoscevamo. Abbiamo sperimentato molto, inglobato nei brani strumenti di fiati, archi ed anche un coro gospel di ragazze italo africane. Questo sicuramente ha reso l’album diverso dagli altri lavori dove, come ho già detto, la componente collaborativa è fondamentale».

Qual è il vostro brano preferito? 

«A grandi linee preferiamo pesare all’album come ad un’unica grande traccia che sta raccontando più aspetti e non come una playlist o una compilation. Alcuni brani hanno sicuramente un approccio personale molto marcato, come Life starts tomorrow, che non a caso abbiamo deciso di rendere il singolo dell’album».

Qual è il ricordo più bello che avete legato alla musica?

«Ci piace tanto ricordare gli inizi, dove tutto era difficile. In realtà, fare musica non è mai facile e la componente del sacrificio è sempre predominante. Gli inizi sono quei momenti che ricordiamo con più dolcezza perché sentivamo viva più che mai la forza e la volontà di fare musica, i lunghi viaggi in furgone e cachet che erano poco più che rimborsi spesa. C’era una voglia irrazionale che ci spingeva a farlo a tutti i costi».

Il vostro concerto preferito?

«Ricordiamo con affetto i nostri primi tour all’estero, come quello londinese. Anche se l’emozione di un concerto non dipende dal numero di persone che vi assiste: che siano poche o numerose, sono tutte lì per lo stesso motivo, ed è quello l’importante».

Che rapporto avete con la nostra regione? 

«Noi tutti viviamo a Bologna da sedici anni ma ciò nonostante il rapporto con la Campania è imprescindibile, anche grazie a tutte le persone che continuano a sostenerci e che ci sostengono da quando ci esibivamo nel paese. Purtroppo però a volte spostarsi diventa una conditio sine qua non ed abbiamo deciso di trasferirci per una scelta logistica, economica e funzionale, andando a vivere in una città dove la musica è quotidianità».

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