INTERVISTA. Leonardo Manzan: “Se la censura non esiste è un bene, ma bisogna interrogarsi sul perché”

Luisa Del Prete 06/12/2023
Updated 2023/12/06 at 12:55 PM
7 Minuti per la lettura

Che cos’è la censura? Ma soprattutto come si posiziona nel teatro contemporaneo? La scorsa settimana sono andata al Piccolo Bellini di Napoli per assistere allo spettacolo di Leonardo Manzan e Rocco Placidi “Glory Wall”. Scelto come miglior spettacolo alla Biennale Teatro di Venezia del 2020, Glory Wall è uno spettacolo che espone i limiti della censura, in Italia, nel corso dei secoli e dà voce a tutti coloro che sono stati censurati, denunciando la non-capacità dell’artista contemporaneo di rinnovarsi, rischiando anche la censura, ma di aggrapparsi sempre al passato, “campando di rendita”.

Tanti erano gli spunti di cui ho voluto chiacchierare, con Leonardo Manzan, sullo spettacolo, ma soprattutto sul teatro contemporaneo tra limiti, censure e autocensure.

La censura non esiste? L’intervista.

«Questo spettacolo nasce da una commissione della Biennale Teatro e nel momento in cui ci è stato affidato questo tema, quello della censura, abbiamo deciso di affrontarlo di petto, non volendo riportare cose censurate fatte già da altri. Piano piano ci siamo resi conto che con la censura non avevamo niente a che fare perché non eravamo mai stati censurati né conoscevamo qualcuno che lo era stato. Dunque, ci è arrivata, abbastanza violentemente, questa realtà da raccontare su cui lavoriamo con ironia e paradosso in tutto lo spettacolo. Se la censura non esiste è un bene, ma bisogna interrogarsi sul perché. Quello che sosteniamo durante lo spettacolo è che: se la censura oggi in teatro non esiste, è perché non c’è niente da censurare».

Leonardo Manzan

Un po’ come dire che “ve la suonate e ve la cantate”?

«Sì, ma non siamo neanche così intonati e con del materiale abbastanza insignificante socialmente».

È una considerazione forte che esprimi molto, con la tua compagnia, negli spettacoli…

«Questa è una cosa di cui ci siamo resi conto e che ci ha fatto sinceramente del male. Per “Glory Wall”, abbiamo costruito quindi il muro che è il simbolo sia della censura che dell’autocensura. Ci siamo nascosti da soli dietro al muro: per sentirci paradossalmente un po’ importanti ci siamo dovuti “auto-nascondere” perché nessuno aveva l’interesse di nasconderci dal momento che noi che facciamo teatro siamo già nascosti. Quello che sosteniamo con i nostri spettacoli è il fatto che noi che facciamo teatro siamo già nascosti, ed è una cosa che possiamo imputare solo a noi stessi. La colpa non è del pubblico, come spesso viene detto, facendolo passare per “il pubblico ignorante italiano”, ma non è così. Ogni artista dovrebbe fare un mea culpa rispetto al potere irrisorio che ha il teatro oggi».

Prima il teatro smuoveva le coscienze…

«Forse la mia risposta è banale, ma è la realtà: il teatro si è allontanato dal pubblico. Ad un certo punto ha avuto il piacere di chiudersi in questo “club esclusivo”, diventando elitario, rinunciando al confronto. Siamo arrivati a sostenere che non è vero che i teatri sono vuoti, è che sono pieni sempre delle stesse persone. Gli artisti si lamentano molto dell’esclusività del teatro, quando in realtà credo che abbiano paura che il pubblico ritorni nelle sale perché si accorgerebbero che quel che gira adesso non è così apprezzato».

Non così apprezzato perché è un po’, come dite nello spettacolo, un “campar di rendita”. Ma come si può non farlo?

«Assumendosi dei rischi. Programmare delle drammaturgie originali, finanziare di più i giovani, queste sono delle ovvietà: le dicono tutti, ma non lo fa nessuno, quindi siamo qua a ripeterlo».

Passando a “Glory Wall”: spesso questo tuo spettacolo viene definito “provocatorio”, dagli spettatori e dai più, ma io non sono molto d’accordo con questa definizione. Tu cosa ne pensi?

«Questo ci viene detto, ma è una cifra un po’ di gusto. Diciamo che a noi piace mettere in difficoltà e rendere la platea un luogo scomodo per cui spesso giochiamo con l’interazione e la provocazione in scena. Ma non direi che è la componente fondamentale per fare un buon teatro».

Dopo aver visto “Glory Wall” sono uscita da teatro non con degli interrogativi e delle riflessioni, ma avevo già tutte le risposte in tasca. È una cosa che volete trasmettere consapevolmente?

«Questa cosa mi diverte molto perché sfata un altro luogo comune ovvero quello che il teatro debba aprire degli interrogativi e non dare mai risposte. Entrano in gioco tutta una serie di critiche, di incazzature rispetto al mondo del teatro, ma cerchiamo sempre di fare spettacolo. Non era un obiettivo né dare risposte che fare scaturire riflessione, però di certo era quello di far capire la nostra posizione in merito a un preciso tema che era quello della censura».

Il limite quindi non esiste, è solo visivo?

«Sì, noi tutti attori ed anche i tecnici siamo dietro a un muro e non vediamo quello che accade oltre quando siamo in scena ed è un rischio grosso. Questo era il limite che inizialmente abbiamo visto come un grande ostacolo. Ed è anche questo che fa parte della nostra poetica ovvero metterci degli ostacoli, superarli, mantenendo sempre un rigore con la scelta iniziale».

Cosa volete trasmettere con la vostra poetica?

«Cerchiamo sempre di sorprenderci e sorprendere, provando a mostrare una molteplicità di linguaggio che cambia per ogni spettacolo. Per me è difficile tracciare un traguardo del “teatro che vorremmo fare”, ma direi che questo desiderio di metterci in campo è la nostra chiave: non ripeterci, mai».

Come vi mettete in ascolto?

«Io cerco sempre di uscire dal mondo del teatro perché ti risucchia e sembra che i confini del mondo finiscano lì dove finisce il tuo “giro teatrale”. Quello per cui mi sforzo di più è il frequentare persone distanti dal teatro che sono un’ottima risorsa».

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