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INTERVISTA. La magistrata Di Nicola sulle pari opportunità: “Il linguaggio è una delle massime rappresentazioni del potere tra i sessi”

Redazione Informare 12/08/2022
Updated 2022/08/12 at 5:21 PM
8 Minuti per la lettura

La sentenza 131 del 2022 segna una pietra miliare nel riconoscimento della parità tra uomini e donne nel contesto familiare. Con tale pronuncia la Corte costituzionale ha, infatti, dichiarato l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che non consentono ai genitori, di comune accordo, di attribuire al figlio il solo cognome della madre e che impongono, in mancanza di accordo, il solo cognome del padre. La penna della Consulta dà voce al cambiamento in atto, che afferma la presenza del femminile in ambiti precedentemente riservati all’esaltazione del maschile. Al contempo, evidenzia come il linguaggio può rivelarsi portatore ed emblema di disparità palesi o latenti così come strumento per contrastare le ineguaglianze.

Ce lo spiega la magistrata Paola Di Nicola Travaglini, consulente giuridica presso la Commissione sul femminicidio.

In che modo il linguaggio può tradursi in una disparità di genere e in che modo può contribuire all’affermazione della parità tra i sessi?

«Il linguaggio è una delle massime rappresentazioni del potere tra i sessi. Ne è espressione sottile e profonda, al punto da passare inosservato; tuttavia, delinea e definisce l’identità dei parlanti. Dunque, sebbene ritenuto strumento neutro o poco pericoloso – salvo che non si sia al cospetto di forme di hate speech -, costituisce una delle modalità attraverso le quali viene stabilita la gerarchia tra chi comunica. In relazione al linguaggio che riguarda il femminile una delle modalità più pericolose e quotidiane di rafforzamento della subordinazione del genere femminile è quella di ometterlo del tutto. Si tratta un modo per eliminare la presenza delle donne specialmente nei contesti di potere, tesa a stabilire che l’unico soggetto è il genere maschile.

Più chiaramente, quando decliniamo al maschile tutto quello che avviene nei luoghi di potere si omette la presenza delle donne e si stabilisce che l’unico modello di linguaggio è quello maschile. Spesso sono le donne che ricoprono posizioni di potere ad omettere il femminile. In tal modo, si sottace l’esclusione del genere femminile voluta per millenni e dall’altro si stabilisce che l’unico modello cui omologarsi è quello maschile. Le donne sono accettate solo se si omologano a quel modello. Il maschile nel linguaggio è percepito come una riduzione di rappresentazione di potere simbolico.

Storicamente, siamo state escluse, in quanto donne, dai contesti di potere. Pertanto, quando una donna riveste una posizione di potere e continua a declinare il proprio ruolo al maschile, lo fa perché ridimensiona il portato femminile ritenendo che sia portato di fragilità e incompetenza. Diversamente, quando le donne compiono un percorso teso a riconoscere la straordinarietà delle battaglie combattute a livello culturale e professionale, così acquisendo il senso del valore del genere a cui appartengono, pretendono di essere chiamate al femminile».

Quale impatto avrà a Suo avviso la decisione della consulta sulla parità di genere nel nucleo familiare?

«La sentenza della Consulta si staglia come rivoluzionaria nel nostro Paese. La Corte costituzionale ha compiuto uno scatto in avanti non corrispondente all’andamento del Paese, che è patriarcale e sessista. È una pronuncia in cui si chiarisce che la famiglia in Italia è ancora un luogo di potere maschile, in cui le leggi e il Codice civile sono costruiti sul pater familias, in cui vi sono figli e figlie di un padre. Il cognome è decisivo perché rimanda identità. L’Italia appartiene al modello culturale del diritto romano in cui le donne portavano il nome della familia. Il nome proprio delle donne non poteva essere pronunciato fuori dal contesto familiare: i nomi venivano attribuiti in ambito pubblico e sociale solo alle donne che si prostituivano o alle donne di un determinato lignaggio. Ciò dimostra che dal diritto romano l’operazione culturale e giuridica che è stata compiuta è stata di eliminare l’identità femminile.

Questa pronuncia riconosce che le donne sono portatrici di identità e che possono preservare la loro identità nelle successive generazioni. Si rompe, così, un assetto simbolico millenario. Temo, tuttavia, che la pronuncia avrà in un primo periodo un seguito limitato. Ciò in quanto la rottura del mantenimento di un cognome paterno, consolidatasi di generazione in generazione, è foriera di conflitti importanti dentro le famiglie. Le donne saranno convinte dall’assetto familiare a rinunciare al loro cognome o a metterlo per secondo. Dunque, se è vero che la sentenza è un volano di trasformazione, il progresso compiuto non è ancora netto. In ogni caso, la portata della pronuncia non è scalfita dalla circostanza che noi donne portiamo il cognome di tutti gli uomini che ci hanno precedute. È un dato storico che alle donne sia stata tolta l’identità nei secoli.

Questa sentenza ci consente di partire dall’anno zero, di affermare che da oggi il nostro cognome è un cognome femminile, da oggi in poi abbiamo la nostra identità. Sul punto, va ricordato l’esempio di Alma Sabatini, una delle più importanti linguiste italiane, la quale preferì prendere il nome proprio della madre così richiamando la sua specifica identità di donna, in luogo di acquisire un cognome che era quello del padre della madre».

Quali sono i limiti della pronuncia della Consulta e quali i passi ulteriori che dovrebbero essere compiuti in direzione di una piena parità di genere

«La sentenza della Consulta, nel suo essere rivoluzionaria, non ha limiti se non quello di essere una pronuncia di illegittimità costituzionale. Da anni la Corte costituzionale domanda al parlamento di legiferare su questo aspetto estremamente delicato e complesso. Il legislatore, tuttavia, non è intervenuto, attesa la difficoltà di legiferare su concetti radicati nella struttura culturale del nostro paese su cui è difficile trovare un consenso politico. La Consulta ha fatto il suo lavoro: non ha voluto attendere ulteriormente le inadempienze del legislatore e ha consegnato alla politica l’onere di riaffermare l’identità femminile.

Proseguendo sulla scia del risultato della Consulta, il modo migliore per le donne è esserci, rivendicando la propria autonomia e identità, non corrispondendo ai modelli imposti di cura, di soggezione, di delimitazione nell’ambito domestico con conseguente riduzione delle proprie ambizioni professionali. Le donne sono chiamate a prendere consapevolezza della negazione storica della propria presenza, facendo proprio un linguaggio che riconosca l’identità delle donne, ricostruendo nuovi modelli, pretendendo di avere pari opportunità. Ognuno di noi deve fare la propria parte. Soltanto quando avremo la possibilità di guardare la realtà con gli occhi degli uomini e delle donne il nostro sarà un mondo multicolore».

di Avv. Edna Borrata e Ilaria Ainora

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°232 – AGOSTO 2022

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