Aristide Guerriero rugby

INTERVISTA. Il viaggio di un «Guerriero» nel mondo del rugby

Fernanda Esposito 25/01/2023
Updated 2023/01/24 at 12:58 PM
5 Minuti per la lettura

La cosa che colpisce di Aristide Guerriero è il suo aplomb, insieme al suo sorriso calmo ed accogliente. Un saggio d’altri tempi che conosce la vita grazie ai suoi viaggi interculturali. In realtà, Guerriero conosce molto bene il suo mestiere di preparatore atletico, essendo un professionista affermato nel mondo del rugby a livello internazionale. Ne ha fatta di strada dopo che ha lasciato la sua città di origine, Sessa Aurunca in provincia di Caserta, dove torna appena può, soprattutto in occasione della settimana Santa per intonare l’antico canto del Miserere, insieme alla sua confraternita.

Quali studi hai affrontato per dare inizio alla tua carriera?

«Ho un passato nell’atletica leggera, mi allenavo al Coni a Formia nel lancio del peso. Ho una laurea magistrale in Scienze e Tecniche dello Sport; grazie a mia madre, ex insegnante di Educazione Fisica, ho ereditato una forte cultura dello sport».

Da dove nasce la passione per il Rugby?

«In realtà mi piaceva il football americano poi, un giorno, mio padre mi portò a vedere una partita dei mitici All Blacks, al Flaminio di Roma. Fu un colpo di fulmine: uno sport di contatto duro, che però vedeva tutti in silenzio durante il calcio piazzato, nessuno fischiava o urlava, per favorire la concentrazione del giocatore. Grande rispetto reciproco, l’etica dei giocatori si trasferisce sugli spalti. L’interesse è cresciuto quando ho visto la performance della danza HAKA degli atleti campioni del mondo: mi sono innamorato della cultura Maori e delle isole pacifiche».

Andiamo per ordine, prima della nuova Zelanda sei partito per gli States e poi per l’Irlanda?

«Sì esatto, negli USA mi sono specializzato ottenendo certificazioni professionali, ho acquisito nuove tecniche e metodi di allenamento. In Irlanda ho praticato la professione e perfezionato la lingua. Questo mi ha permesso di volare nel 2013 in Nuova Zelanda».

Come ti ha cambiato questa esperienza? Cosa ti ha insegnato il popolo Maori?

«Entrare a far parte della prestigiosa New Zeland Sports Accademy mi ha portato ad un alto livello di professionalità. Ho imparato che il successo si raggiunge con l’aiuto di chi ti sta intorno, grazie al contributo di tutti. Prendevo lezioni di lingua maori due volte a settimana; seguiva la preghiera e il canto in maori. Solo dopo è arrivata l’Haka. La danza resa celebre dagli All Blacks, erroneamente indicata come danza di guerra, è in realtà una danza fatta in onore dell’altro, emozionante ed emozionale. Ho avuto l’onore di guidare un Haka e quando sono partito l’Accademy mi ha regalato un ciondolo Toki, che simboleggia forza e intraprendenza di chi lo riceve, con l’invito di ritornare a casa un giorno. Un vero onore per me».

Poi arriva la chiamata di Chris Neil neo allenatore della nazionale femminile del rugby a 7, disciplina che debutterà a Rio 2016. Come ti sei trovato dall’altro capo del mondo?

«Un’esperienza totalizzante che mi ha visto protagonista a Rio e poi a Tokyo nel 2021. Un Paese con una cultura diversa e problemi evidenti legati alla povertà delle favelas. Mi sono battuto affinché le atlete, pronte a tutto per guadagnare e aiutare la famiglia, avessero borse di studio e, soprattutto, la possibilità di rimanere nell’ambiente sportivo dopo la carriera agonistica».

Stai vivendo una nuova avventura: come arriva il Giappone?

«Mia sorella Cinzia ha vissuto a lungo in questo affascinante Paese, che mi ha sempre incuriosito. L’occasione si è creata a Tokyo durante le Olimpiadi; un club giapponese di rugby a 7 femminile, il Nagato Blue Angels, mi ha notato e mi ha offerto un ingaggio fino al 2025. Adesso vivo e lavoro a Nagato, a due ore da Hiroshima».

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