INTERVISTA. Il direttore del Museo bizantino di Nicosia Eliades denuncia i trafficanti di opere d’arte dalla Turchia

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opere d'arte eliades
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La dignità di un popolo non si misura unicamente attraverso il funzionamento del sistema di welfare dell’efficienza della sua classe dirigente e la tutela dei principali diritti dell’uomo. Parte della dignità di una comunità scorre nel sangue della sua storia e delle testimonianze lasciate da quest’ultima. Monumenti, opere d’arte, costruzioni di tipo religioso e manoscritti ricalcano i passi una storia che continua a camminare sulle nostre gambe e che ci vede come temporanei testimoni del suo corso. Difendere questo patrimonio significa salvaguardare la dignità di un popolo, ed è quello che da oltre vent’anni il direttore del Museo bizantino di Nicosia, il Professor Ioannis Eliades. Studioso di enorme cultura, il Professor Eliades dal 2001 è impegnato nella salvaguardia delle opere d’arte sottratte al mercato illegale e restituite a Cipro.

Per la comunità cipriota lo sfascio del patrimonio culturale e artistico ha inizio dal 1974, anno in cui la Turchia occupa il Nord di Cipro per poi proclamare la Repubblica Turca di Cipro del Nord, uno Stato non riconosciuto dalla comunità internazionale. Le meravigliose chiese presenti a nord di Cipro ormai sono quasi tutte saccheggiate delle proprie ricchezze e, spesso, utilizzate dai cittadini turchi come aree adibite al pascolo del gregge. Per approfondire la questione il Professor Eliades ci ha illustrato lo sviluppo storico e l’attuale dinamica che attanaglia il patrimonio artistico e culturale di Cipro.

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Storicamente quando hanno inizio le pressioni della Turchia nel Nord di Cipro?

«Parliamo di una vera e propria occupazione iniziata nell’estate del 1974; in quell’anno la Turchia invase Cipro. In quell’occasione venne intimato ai ciprioti dell’area nord di abbandonare le proprie case e tutte le terre ed è in quel periodo che è iniziato anche la distruzione del nostro patrimonio artistico e storico».

In che senso?

«Nel territorio occupato vi sono stati usurpatori delle opere d’arte, oltre che illeciti trafficanti di opere di livello internazionale. Il più conosciuto è Aydin Dikmen, aveva la sua base a Monaco di Baviera e portava con sé un team di restauratori per staccare professionalmente gli affreschi delle Chiese cipriote. Le operazioni di traffico illecito di opere d’arte hanno inizio nel 1976 e continuano ancora oggi. Tra i casi più importanti scoperti c’è il furto degli affreschi nel Monastero di Cristo Antiphonitis (fig.1) e i mosaici del VI secolo della Chiesa di Panagia Kanakaria (fig.2)».

Queste opere sottratte brutalmente vengono poi immesse in un mercato illecito, giusto?

«Sì, dagli anni ’80 in poi abbiamo scoperto tantissime opere in vendita nei mercati d’arte europei ed extraeuropei».

Quand’è che avete avuto le prime segnalazioni di opere immesse nel mercato illecito?

«Le prime informazioni arrivano nel 1983, quando arriva la notizia della circolazione in mercati illegali degli affreschi della Chiesa di Sant’Eufemiano, risalenti al XIII secolo. Dalla cupola e dall’apside della Chiesa sono stati brutalmente staccati gli affreschi di Cristo e della Madonna col Bambino. Le opere vennero acquistate dal Menil Foundation in Houston Texas e il trafficante disse loro che queste provenivano dalla Turchia, quando si scoprì la reale provenienza degli affreschi il museo americano strinse un accordo con la Chiesa di Cipro per una custodia ventennale alla quale seguirà il rimpatrio delle opere. Gli affreschi hanno fatto ritorno a Cipro nel 2012 (fig.3)».

Poi un altro caso legato al trafficante Aydin Dikmen fu nel 1997…

«Sì, in quell’anno Dikmen mise in vendita ben 33 pezzi di affreschi dalla chiesa di Antiphonitis (fig1) ed un mosaico di San Taddeo, sottratto alla Chiesa di Panagia Kanakaria (fig.4). Dall’indagine su queste opere emerse che il trafficante turco aveva due appartamenti a Monaco di Baviera che utilizzava come rifugio, addirittura nascondeva le opere all’interno delle pareti. L’Interpol ha trovato nei suoi appartamenti: mosaici, affreschi, manoscritti e icone. Tutti illecitamente sottratti».

Perché tanti trafficanti di opere d’arte scelgono come base Monaco di Baviera?

«Lì c’è una legislazione che paradossalmente aiuta i trafficanti. Per dimostrare che un’opera è stata sottratta illecitamente devi presentare alla Corte tedesca delle prove (in genere fotografiche) su dov’era collocata l’opera nel passato e non. Nel caso di Cipro, parliamo di oltre 20mila opere sottratte ad uno Stato molto giovane, nato negli anni ’60; partendo da queste basi storiche come si può solo pensare che, con i mezzi di allora, i ciprioti avessero fotografato tutte le opere presenti sul territorio. A differenza della Germania, negli altri Paesi è “il trafficante” che deve dimostrare la provenienza delle opere».

È vero che per i tesori ciprioti presenti in Germania è intervenuto l’allora Papa Benedetto XVI?

«Il Santo Padre venne a Cipro e lo guidai all’interno del Museo bizantino, che ho l’onore di dirigere. In quell’occasione gli dissi che le opere che erano in Germania da oltre 13 anni erano parte del nostro patrimonio e così gli chiesi se poteva far qualcosa vista la sua passata esperienza di Arcivescovo di Monaco e Frisinga. Lui ascoltò con molto interesse e mi invitò a scrivergli una nota… dopo due mesi la Corte tedesca stabilì la restituzione a Cipro di tutte le opere illecitamente sottratte e presenti in Germania» (fig. 5-6).

Insomma, queste sottrazioni mortificano il patrimonio culturale cipriota. Come reagisce il mondo dell’arte a queste sottrazioni illecite? È vicino a Cipro?

«È difficile. Cosa si dice dell’antichità dell’Iraq, dell’Ucraina, della Syria e della Jugoslavia? Non c’è la sensibilità necessaria in chi detiene il potere, ma i cittadini sono molto vicini a questa tematica. Quando le opere vengono rimpatriate c’è una grande gioia popolare, è molto difficile da spiegare. I ciprioti accorrono al museo per vedere l’arte recuperata, soprattutto i cittadini che abitavano nell’area Nord di Cipro prima dell’occupazione, guardando quelle opere fanno un tuffo nel passato» (fig.7).

Da Direttore del museo più grande di Cipro qual è lo scopo che ti prefiggi?

«Dal 2001 sono direttore del Museo bizantino di Nicosia e abbiamo opere d’arte provenienti da tutta l’isola. Il Museo è proprietà dello Stato e della Chiesa di Cipro, quindi è la destinazione di tutte le opere rimpatriate e sottratte ai traffici illegali. Queste opere non arrivano per arricchire il Museo, il nostro scopo è di salvaguardarle e di poterle ricollocare nelle Chiese da cui sono stati rubate».

Ora com’è la situazione?

«Dagli anni ’80 nulla è cambiato. A Cipro continua a regnare degrado nelle Chiese occupate dai turchi, parliamo di più di 550 chiese e di oltre 20mila opere destinate al traffico illecito, senza contare quelle distrutte. Dal 1980 continuiamo la ricerca delle opere illegittimamente sottratte al patrimonio cipriota. La situazione è leggermente migliorata sul piano sociale, ma i vandalismi continuano» (fig.8).

In quali forme i turchi vandalizzano le opere?

«Utilizzano le chiese per il pascolo delle pecore, oppure come vere e proprie discariche. Quando abbiamo visitato le Chiese nella parte occupata era evidente il tanfo di escrementi di animali, pensa che alcune chiese sono state utilizzate come crematori per i defunti, bagni e negozi. In molti casi i turchi spaccano gli altari delle chiese poiché convinti che dentro vi sia un tesoro, fanno cose inimmaginabili». (Folder con foto)

Quale politica sta adottando Erdogan per affermare la volontà della Turchia in quell’area di Cipro?

«La Turchia sta costruendo moschee immense e diverse da quelle tradizionali di Cipro per far sì che nessuno si ricordi quel passato e per sostituire le chiese che erano presenti. Pensa che sulla montagna più alta dell’area Nord hanno costruito una bandiera fatta di pietre colorate che si estende per oltre 5km. Ovviamente si tratta della bandiera della Repubblica turca del Nord di Cipro, un “nuovo Stato” riconosciuto solo dalla Turchia».

IOANNIS, UNA VITA IN DIFESA DI CIPRO

Professore ora parliamo della sua storia. Ho visto che lei proviene dal territorio attualmente occupato, quindi ha visto direttamente i suoi concittadini darsi alla fuga. Quali ricordi ha di quei momenti?

«È stata dura. Ero piccolo durante l’occupazione e ricordo di aver pensato a tutto quello che stava accadendo come un brutto sogno, che prima o poi sarebbe finito. Purtroppo non è stato così, ho rivisto la mia casa nel 2003, quasi trent’anni dopo l’occupazione. È devastante quando realizzi che dentro casa tua ora vivono degli estranei».

Scappasti via con i tuoi parenti una volta abbandonata la tua casa?

«Sì, ricordo i bombardamenti e gli aerei sopra le nostre teste. Era d’estate e i turchi bruciavano tutto quello che ci circondava, soprattutto il grano. Passammo a Farmagosta, una grande città, e ricordo i palazzi divisi a metà dalle bombe, potevi guardare all’interno degli appartamenti, tutti vuoti e pieni di polvere. Questa scena è ancora presente nella mia mente e non la dimenticherò».

Com’è stata la vita durante l’abbandono e la fuga?

«Molto difficile, anche perché mio padre andò a combattere al fronte. Ricordo che si dormiva in tanti all’interno di tende o accampamenti provvisori; mio padre aveva un negozio a Sud di Nicosia, così abbiamo vissuto lì per un po’».

Quindi hai passato anni vivendo nel negozio di tuo padre…

«Abbiamo vissuto nel negozio per due anni. Noi eravamo fortunati rispetto a chi era costretto a vivere nelle tende».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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