Gennaro Calvano

INTERVISTA. I “mille culure” di Napoli raccontati da Gennaro Calvano

Elisabetta Rota 08/12/2023
Updated 2023/12/26 at 6:48 AM
7 Minuti per la lettura

Profumi, cibo, modi di dire, colori ma anche storia e cultura… e che t’o dico ‘a ffà! Per i più social è già chiaro chi sarà l’intervistato di oggi, lo scrittore e divulgatore Gennaro Calvano che trasporta sui suoi profili social tutta la vitalità di Napoli. Il capoluogo partenopeo è un luogo che incanta con il suo intreccio di vicoli e il fervore della sua cultura. In mezzo a questo vortice di tradizioni e leggende emerge la voce di Gennaro, custode della ricchezza napoletana. Con maestria e teatralità, Gennaro dipinge un affresco vivido e coinvolgente che porta alla luce i “mille colori” della cultura napoletana.

Su Instagram si definisce CEO del #echetodicaffà, il suo personale modo di dire con il quale termina ogni video. Una frase perfetta per lasciare intendere quanto la storia e i misteri di Napoli siano illuminanti. Perché per quanto i napoletani siano ricchi di detti e proverbi, l’immensa bellezza di questa città lascia sempre senza parole.

Come traduci la cultura napoletana in contenuti coinvolgenti per i tuoi follower?

«Ho sempre pensato che la cultura napoletana potesse essere patrimonio per la collettività, un contenitore di energia utile ad eliminare i pregiudizi. Dopo diversi tentativi, anche con l’aiuto dei miei figli adolescenti, sono riuscito a veicolare un messaggio trasparente scevro da preconcetti che riscuotesse un importante successo».

Quali sono le sfide che hai affrontato nel promuovere Napoli sui social?

«Sui social siamo bombardati da contenuti made in Naples, questo fornisce un’idea della cultura napoletana talvolta malsana o minoritaria. La sfida principale è proprio quella di far capire a chi incrocia un mio contenuto che Napoli non è solo ciò che una narrazione subculturale racconta, non è una città monocroma ma è una città dai mille colori, per parafrasare una famosa canzone di Pino Daniele».

Quali aspetti della cultura napoletana credi siano fondamentali per far conoscere la città al pubblico?

«Tra gli argomenti che prediligo ci sono quelli riguardanti la lingua napoletana. Mi piace raccontare la storia di Napoli attraverso i tanti modi di dire che la caratterizzano. Mi reputo un osservatore attento che passeggia, rigorosamente a piedi, tra le strade di Napoli. Gli argomenti li scelgo tra quelli che ascolto dalle voci dei vicoli del centro storico».

Quali elementi tradizionali sono rimasti saldi nel tessuto culturale di Napoli e quali si sono evoluti?

«Tra i vari elementi, quello che meno ha subito l’avanzare del tempo è stato il forte spirito di accoglienza. Nel corso dei secoli, nessuno si è mai sentito veramente un forestiero a Napoli. Non importa se si giunge dal nord o dal sud del mondo, il napoletano ti farà sentire sempre a casa. Ciò che finalmente sta cambiando è la consapevolezza di essere custodi di un importante patrimonio culturale e che questo può essere una risorsa ai fini dello sviluppo anche economico della città». 

Le festività natalizie si avvicinano, potresti condividere con noi alcune delle tradizioni napoletane più affascinanti?

«Ciò che molti non conoscono è la storia che si cela dietro al gioco natalizio per eccellenza: la tombola. Una leggenda ne attesta la nascita nel 1734 a seguito di una diatriba tra il re di Napoli, Carlo III di Borbone, e Gregorio Maria Rocco un frate domenicano all’epoca molto noto. Carlo III decise di ufficializzare il lotto, fino a quel momento clandestino, per porre fine alla sottrazione degli introiti che il gioco causava. Il frate si oppose fermamente a questa idea poiché lo riteneva un gioco contrario ai principi cattolici. Dopo numerosi incontri tra i due, fu trovato il compromesso di legalizzare il lotto che veniva però sospeso durante il Natale. I cittadini napoletani, tuttavia, non gradirono questa decisione e trasformarono il lotto in un gioco casalingo, la tombola appunto, che divenne una delle tradizioni del Natale partenopeo».

Natale a Napoli significa presepe, qualche aneddoto al riguardo?

«Le tradizioni sono importanti e vanno necessariamente tramandate, il presepe è una di queste. Anche se le nuove generazioni preferiscono l’albero di Natale, io ne approfitto per lanciare un appello: non rinunciate al presepe. Un simbolo di integrazione, il sacro che si unisce al profano. Non dimentichiamo che a Napoli vi è la strada più famosa al mondo per i presepi, via San Gregorio Armeno, dove i maestri artigiani producono statuette presepiali 365 giorni l’anno. La tradizione vuole che i presepi siano artigianali, il capofamiglia ad inizio novembre si prodigava nella costruzione della scenografia che poi man mano completava con i pastori. Un aneddoto che ricordo con piacere risale alla mia infanzia, quando osservavo mio nonno costruire presepi all’interno delle televisioni a tubo catodico».

Per concludere: Capodanno. Puoi raccontarci qualcosa sulle ricorrenze di questa giornata?

«A Napoli è consuetudine gettare via le cose vecchie per far spazio a quelle nuove oltre ad indossare un capo intimo di colore rosso di buon auspicio così come la tradizione cinese insegna. Ma ciò che ci ha contraddistinto per anni sono stati i botti. Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre andava in scena una vera e propria gara tra quartieri su chi sparasse più botti. Grazie alla sensibilizzazione da parte delle istituzioni ed anche di qualche volto noto, questa abitudine man mano sta perdendo la sua centralità. Ne approfitto per ricordare ai nostri amici lettori che i botti sono pericolosi nonché inquinanti per l’ambiente. Inoltre, sono un vero e proprio incubo per gli animali».

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