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INTERVISTA. HIV, lo specialista in Malattie Infettive Fusco: “Bisogna combattere lo stigma”

Giovanni Cosenza 10/01/2023
Updated 2023/01/09 at 1:30 PM
8 Minuti per la lettura

“L’AIDS è più vicino di quanto pensi, pensiamoci prima di avere rapporti occasionali con persone diverse. AIDS, se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide” erano le parole di uno spot televisivo degli anni Novanta finanziato dal Ministero della Sanità per mettere in guardia dal rischio di contrarre l’HIV, il virus responsabile dell’AIDS. L’Istituto Poligrafico aveva diffuso anche un francobollo con su scritto “AIDS. Difenditi”. Erano anni di lotta serrata a quello che era considerato un flagello, l’HIV, un virus nuovo, inafferrabile, mutevole, pericoloso. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e la ricerca ha messo a punto terapie efficaci per combattere l’infezione.

Ne abbiamo parlato con Francesco Maria Fusco, medico specialista in Malattie Infettive, napoletano, che ha lavorato tra Roma e Firenze per poi far ritorno a Napoli per continuare, al Cotugno, il suo lavoro di assistenza e ricerca sull’infezione da HIV. 

Dal 1980 l’AIDS ha causato più di 35 milioni di morti, di cui solo 45mila in Italia. Qual è la situazione attuale, soprattutto in Italia, dal punto di vista della mortalità per AIDS?  

«Oggi l’HIV non è più il “mostro” di 20 anni fa. Per fortuna, grazie a terapie antiretrovirali sempre più semplici ed efficaci, la mortalità per HIV/AIDS è in progressiva riduzione in tutto il mondo. Il picco di mortalità nel mondo è stato raggiunto nel 2004, quando circa 2 milioni di persone persero la vita a causa del virus dell’HIV. Ad oggi la mortalità nel mondo si è fortemente ridotta. Nel 2021, l’AIDS, la malattia legata all’infezione da HIV, ha causato nel mondo 650.000 decessi, quasi tutti in Africa ed in paesi a limitate risorse economiche. In Italia, i dati su HIV/AIDS vengono diffusi ogni anno dal Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità. Gli ultimi dati sono stati diffusi nel 2020 e si riferiscono al 2019: l’incidenza della malattia (ovvero il numero di nuove diagnosi di HIV) si riduce anno dopo anno, e l’ultimo dato mostra 2,2 nuove infezioni ogni 100.000 abitanti. Rispondere in particolare sulla attuale mortalità per AIDS in Italia non è facile, perché per problemi relativi alla raccolta dati, gli ultimi numeri certi sono del 2017. Quello che è certo è che la mortalità è in continua riduzione, grazie a terapie sempre più efficaci». 

Qual è l’identikit, se esiste, di un soggetto HIV+? Eterosessuale, omosessuale, maschio, femmina… 

«L’infezione da HIV può colpire potenzialmente tutti. Possiamo individuare il “paziente medio”, facendo sempre riferimento ai dati del 2019: le persone che hanno scoperto di essere HIV positive erano maschi nell’80% dei casi, l’età mediana alla diagnosi era di 40 anni per gli uomini e di 39 anni per le donne. La maggior parte delle nuove diagnosi di infezione da HIV era attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituivano l’84,5% di tutte le segnalazioni (eterosessuali 42,3%, uomini che fanno sesso con uomini 42,2%)».  

A che punto sono le terapie per l’HIV? 

«Ad ottimo punto, direi. Efficaci, durature nel tempo, sostanzialmente prive di effetti collaterali e di tossicità a lungo termine. L’immagine del paziente che assume molte pillole per mantenersi in vita, con tanti effetti collaterali, appartiene al passato remoto. Ormai, la maggior parte delle persone con HIV assume una sola pillola al giorno, che è sufficiente a controllare la progressione dell’infezione, e ad assicurare una vita senza limitazioni ed una aspettativa di vita paragonabile a coloro che non hanno l’infezione. Inoltre, sappiamo che chi assume una terapia efficace non trasmette l’infezione ad altri, in alcun modo, inclusi i rapporti sessuali non protetti, e questo ha restituito molta serenità alle persone che vivono con l’infezione da HIV ed ai loro partner. Infine, proprio in queste settimane stiamo iniziando ad usare delle terapie “long-acting”, ovvero dei farmaci somministrati per via intramuscolare, da ripetere ogni 2 mesi, che liberano il paziente anche dalla necessità di assumere tutti i giorni la propria compressa». 

La pandemia da Covid ha dato grosso impulso alla ricerca scientifica, soprattutto nel campo dei vaccini. A che punto è un vaccino per l’HIV? 

«La pandemia ha rappresentato un vero e proprio terremoto per il mondo della Malattie Infettive. Per molti mesi siamo stati completamente assorbiti dal COVID-19, ma abbiamo fatto il massimo possibile per non dimenticare o trascurare in nostri pazienti HIV positivi. Purtroppo, anche se per il COVID-19 la ricerca sui vaccini è stata in grado di produrre, in poco tempo, vaccini sicuri ed efficaci, lo stesso non possiamo dire per l’HIV. Purtroppo, nonostante annunci e sperimentazioni, al momento la strada per un vaccino per l’HIV, o per una terapia eradicante, in grado cioè di “guarire” il paziente e non semplicemente di “curarlo”, è ancora lunga. Alcune caratteristiche del virus dell’HIV, e la sua particolare interazione con il sistema immunitario dell’uomo, rendono molto complesso trovare un vaccino efficace. Ma la ricerca non si ferma, e spero di essere presto smentito nel mio pessimismo». 

La PrEP, Profilassi Pre-Esposizione, in Italia è quasi sconosciuta. Rischi e benefici… 

«La PrEP ormai non è più una novità, sebbene in Italia sia poco usata. Si tratta della possibilità, per coloro che hanno comportamenti a rischio sostanziale di acquisizione di HIV, di assumere in maniera preventiva una combinazione di farmaci antiretrovirali, che, se correttamente assunti, hanno una efficacia superiore al 95% nel ridurre il rischio di infezione. In molti paesi occidentali, penso a Stati Uniti, Inghilterra, Francia, è già ampliamente usata. In Italia la utilizziamo meno, per vari motivi culturali ed organizzativi, ma dovremmo tutti svegliarci un po’, e cominciare a proporla più attivamente. I rischi sono pochissimi, forse proprio nessuno, mentre i benefici sono numerosi. Al Cotugno abbiamo un ambulatorio dedicato, informatevi sui siti specifici e veniteci a trovare, vi aspettiamo». 

Perché le persone HIV+ sono caricate di un pregiudizio così pesante e, in alcuni casi, considerate pericolose, quasi degli untori? 

«Perché si ha paura di ciò che non si conosce. C’è tanta ignoranza sull’argomento, anche, e lo dico a malincuore, nella classe medica. Perché, nell’immaginario collettivo, è una malattia legata ad una “colpa”: il sesso, la droga. Perché è una malattia trasmissibile. Bisogna combattere strenuamente contro lo stigma, fin dalle parole che usiamo. Noi diciamo “persone che vivono con l’HIV” e non, per esempio “pazienti affetti da HIV”, usiamo termini come “trasmissione” e non come “contagio”, insomma stiamo attenti anche alle parole. Il pubblico deve sapere che, oggi, una persona con l’HIV vive normalmente, viaggia, fa figli sani, può eccellere nello sport e nel lavoro. L’importante è giungere al più presto ad una diagnosi corretta e assumere correttamente la terapia». 

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