INTERVISTA. Giulio Baffi: “Napoli, è il confronto che ti fa vincere”

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Tra critica teatrale e napoletanità nel racconto di Giulio Baffi

Quando parliamo di critica teatrale in Italia è impossibile non menzionare la persona di Giulio Baffi. Professore e critico teatrale per “La Repubblica”, con una carriera di oltre 50 anni, inizia giovanissimo come vice di Paolo Ricci, per poi diventare una delle penne di punta del teatro contemporaneo. Da direttore artistico a creatore di numerosi eventi, da profondo amatore della città di Napoli agli occhi rivolti al teatro internazionale, Baffi ci ha accolti nello splendido terrazzo della sua casa napoletana per raccontarci dell’evoluzione della critica e di come tutt’oggi ancora resiste.

Che evoluzione ha avuto la critica teatrale nel tempo?

«La critica teatrale è cambiata moltissimo nel corso dei secoli, ma soprattutto negli ultimi venti anni. Partendo dalla prima metà del Novecento la critica inizia ad assumere una funzione di critica-cronaca e dunque anche di informazione teatrale dell’evento. Era principalmente legata all’analisi letteraria del testo e all’attore in scena; si focalizzava poco sulla regia e sullo spettacolo nel complesso.

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Passando alla seconda metà del Novecento, si inizia a comprendere meglio la necessità di rendere conto al lettore della complessità della messa in scena.
Oggi, invece, seppur analizzando uno spettacolo sotto ogni punto di vista, il peso della critica è per amatori sia da parte del pubblico che da parte del teatro stesso. Il pubblico che segue la critica è ristretto ed i giornali dedicano sempre meno spazio a questo lavoro e scelgono una funzione diversa: quella della promozione dello spettacolo. Viviamo un momento in cui il concetto di critica è messo in discussione: ci sono state molte rivoluzioni che hanno portato al momento in cui siamo adesso come la “rivoluzione digitale”.

Quest’ultima è stata una delle più forti poiché vi è l’apertura all’idea che tutti possiamo dire tutto perché non è richiesta una competenza in materia. Ciò determina uno spostamento forte dell’attenzione e della scrittura. Oggi vale molto di più il “mi piace” piuttosto che l’analisi del come è stato costruito l’oggetto».

Oggi, dunque, la nuova leva di giovani critici teatrali ha più difficoltà ad emergere?

«Sì. Oggi si ha molta più difficoltà come generazione. La mia generazione è stata una generazione che ha avuto la legittimazione dello sperpero e della scommessa del proprio tempo, del piacere non sottoposto alla verifica economica, della scelta come privilegio e come sogno. Ai giovani questo non è dato perché si riconosce quel che significano come guadagno, quindi, sono sottoposti ad un ricatto brutale. Lo trovo molto crudele e mi auguro che si ribellino a questo ricatto che mediamente li piega a questo dare-avere costante, lasciandoli liberi di sognare».

Sul palcoscenico, nel corso dei secoli, come si evolve la “napoletanità”?

«Da Viviani, a De Filippo, Totò, Beniamino Maggio, Nino Taranto, De Simone fino ai contemporanei. Ognuna di quelle persone che adoperano Napoli come geografia di ispirazione, ci restituisce un’immagine della città completamente differente l’uno dall’altro. Napoli è stata una città e una cultura di grande capacità nutriente e con tanta di quella storia e quegli umori che ognuno di questi è diventato un leader autonomo rispetto a tutti gli altri. Abbiamo tante eccellenze sfaccettate che si uniscono tra di loro».

Secondo lei Napoli come resiste oggi?

«In maniera nevrastenica. Si difende, molto spesso, sottraendosi al confronto: amandosi, a volte fin troppo. Adoperando il superlativo assoluto, illudendosi di essere strepitosa, ma non confrontandosi: questo è un rischio grande. È il confronto che ti fa vincere».

Qual è lo spettacolo che non dimenticherà mai?

«Primo fra tutti la “Gatta cenerentola”: l’ho vista nascere, crescere e morire, purtroppo. È lo spettacolo che ci ha fatto capire che ciò che sembra impossibile, invece, era possibile. Ritengo che a Roberto De Simone dobbiamo una gratitudine infinita perché “La gatta cenerentola” è lo spettacolo spartiacque nel Novecento: spettacoli come questo ti fanno comprendere che qualcosa sta realmente accadendo».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°230 – GIUGNO 2022

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