cinema gianfranco pannone

INTERVISTA. Gianfranco Pannone si racconta a Informare, tra passione per il cinema e politica

Ciro Giso 11/08/2022
Updated 2022/08/11 at 12:24 PM
9 Minuti per la lettura

Via Argine 310: uno dei suoi ultimi documentari che segue le lotte dei lavoratori Whirlpool, messi in strada da un’azienda che ha licenziato centinaia di lavoratori. Dei suoi 45 anni di intensa carriera, non si contano i premi: dai festival dal cinema fino ai Nastri d’Argento. Ciò che interessa di più, però, è il viaggio cinematografico che Gianfranco Pannone ha fatto nel corso della sua carriera in un’Italia che vive e si trasforma. Da Napoli alle Americhe lontane, fino alla storia delle Brigate Rosse in Emilia Romagna, passando per i microfoni di Radio Radicale e poi ancora alle pendici del Vesuvio – luogo di una sua prossima opera in lavorazione, che narra di una storia di vita e riscatto. Tante storie, per narrarne solo una: la Storia, la nostra.

Nei suoi lavori si sente fortissima l’influenza dei territori che hanno segnato la sua vita, ma anche delle forti passioni politiche…

«Racconto le vicende italiane sia alla luce della storia recente sia ai fatti di oggi, com’è accaduto col documentario legato alla vicenda Whirlpool. La mia storia inizia negli anni ‘90, come regista documentarista uscito dal Centro sperimentale di cinematografia. Sono sempre stato legato al discorso del territorio, ma allo stesso tempo scisso tra due luoghi: uno è Napoli, la città dove sono nato e torno spesso; l’altro è il territorio Pontino, dove sono cresciuto.

Sono due luoghi opposti, mentre Napoli è una città antica e porosa, piena di stratificazioni, Latina e Sabaudia sono due città nuove create dal Fascismo. Due zone molto antitetiche, che però mi sono rimaste nel cuore. Per cui spesso, anche nei film, sono tornato in questi luoghi. Però mi sono spostato molto, andando anche all’estero. I miei primi film, come “Piccola America”, sono legati alle vicende delle bonifiche dell’area Pontina durante il Fascismo, mentre il mio secondo film è dedicato ad un mio zio d’America ed al suo piccolo “Piano Marshall” formato famiglia. Lui aveva fatto i soldi, mentre Napoli e i miei parenti stessi erano in ginocchio. Così ho fatto un po’ di fortuna, questi due film documentari hanno creato un po’ il mio percorso negli anni ‘90 da regista documentarista».

Nei tuoi lavori porti sempre qualcosa della tua terra natale?

«Provo a ricordare la storia recente dell’Italia tenendo conto anche di una città come Napoli che ne è l’emblema. Il nostro è un paese bello e diversificato al tempo stesso: bello perché ricco di storia e bellezza, diversificato perché le sue vicende storiche e antropologiche lo rendono spesso contraddittorio. Un posto molto eterogeneo e interessante cinematograficamente. Napoli oltre ad averla narrata con il film dello zio d’America l’ho raccontata con una serie per Rai 3 chiamata “Cronisti di Strada”, all’indomani della guerra di Camorra parlavo delle vicende di alcuni giornalisti che lavoravano nelle strade e non dietro al desk, persone come Arnaldo Capezzuto.

Sul Vulcano”, invece, parla di quella Napoli e di quell’Italia contraddittoria, dei migliori napoletani e dei peggiori. Alle pendici di un posto simbolico, oggi quasi un brand. Utile per parlare delle bellezze e degli errori. In quest’ultimo film, dedicato alla vicenda Whirlpool, racconto quello che hanno passato gli operai nel corso di un anno di lotta al presidio “Whirlpool Napoli Non Molla” dopo che l’azienda, dopo aver preso soldi pubblici, se n’è andata facendo perdere il lavoro e lasciandoli con un piccolissimo sussidio. È una vicenda molto legata al presente. Questo è quello che mi interessa: raccontare la poesia di un luogo, i suoi sentimenti, l’uomo».

Da giovane qual è stata la scintilla che l’ha fatta interessare al mondo del cinema?

«Da ragazzo mi sono innamorato di registi come Fellini e Truffaut, sono partito dal cinema di finzione. Ho cominciato facendo un po’ di teatro, capendo che occuparsi di regia fosse meglio che essere attore. Da qui ho iniziato a girare i miei primi Super 8, dei prodotti un po’ artigianali. Dopo ho fatto l’assistente alla regia, tra i tanti anche con Roberto De Simone, da volontario, al San Carlo. Intanto ero uno studente universitario, mi sono laureato in storia e critica del cinema, alla Sapienza di Roma. Il centro sperimentale di cinematografia è venuto dopo.

C’è anche il “merito” dei miei genitori, che mi hanno avvicinato al cinema da piccolo, è stato un amore iniziato tra i 14 e 15 anni, tra l’altro supportato da una visione politica, ero un militante di sinistra. Dal movimento ambientalista ai radicali, a cui ho dedicato anche uno dei miei ultimi documentari, incentrato sulla storia di Radio Radicale. Da un lato la politica, dall’altro, un grandissimo amore per il cinema. Tenendo uno sguardo sempre attento al sociale».

Nei tempi odierni l’arte della cinematografia può essere un modo per dare nuova energia alle lotte sociali?

«Probabilmente sì, anche se c’è molta autocensura. Tra l’altro oggi oltre alle vicende sociali c’è un imperativo categorico, un problema più serio del solo presente: stiamo lasciando un mondo malato ai nostri figli in termini di crisi climatica. Tutti i fasti dell’occidente che hanno accompagnato il cosiddetto secolo breve rischiano di cadere tutti un po’ per volta. È giusto domandarci se debba esserci un’ecologia non solo del territorio ma anche della mente. Pulire i nostri cervelli, essere meno consumisti.

Nella mia arte, inoltre, cerco sempre di essere non troppo ideologico: questioni sociali, sì, ma che riguardano l’esistenza, qualcosa che va oltre la semplice rivendicazione. Oggi, la cosa più importante per me è capire per quanto possa resistere una società così contraddittoria come quella occidentale, che vive di una ricchezza che sembra illimitata, ma non lo è. Il perpetrarsi di un sistema al costo di sfidare le leggi della natura e creare gli scompensi che vediamo oggi. Basta affacciarsi alla finestra per vederli. Per questi temi credo il cinema possa dare il proprio contributo».

Che consiglio darebbe ad un giovane che si avvicina al mondo del cinema, considerando com’è cambiato questo mondo negli ultimi decenni?

«Sicuramente gli direi di non farsi troppo illudere da certe scorciatoie che offre il digitale, come prendere la telecamera e girare. Un po’ come credevo io, quando giravo con le pellicole Super 8. Ma non bisogna pensare che tutto sia risolvibile in un attimo. Bisogna fare esperienza, e per questo servono due cose: o scegliere una scuola apposita o fare assistenza nel campo pratico di un set, questo serve a crescere. Inoltre, non bisogna avere un’idea troppo “cinefila” del mondo. Passione, non fanatismo. E quindi non guardare solo al cinema, ma anche alle altre arti come la fotografia, il teatro, la letteratura. Come insegna Rossellini, maestro indiscusso del Neorealismo, bisogna guardare soprattutto alla vita. Bisogna saper guardare le cose della vita in modo diverso dal cittadino distratto, vedere quello che gli altri non vedono».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°232 – AGOSTO 2022

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