emigrazione italiana

INTERVISTA. Emigrazione italiana, l’esperienza di un giovane infermiere emigrato nel Regno Unito

Patience Montefusco 09/12/2022
Updated 2022/12/09 at 4:22 PM
5 Minuti per la lettura

Gli ultimi dati forniti da “Il Sole 24 ore” sull’emigrazione italiana all’estero sono davvero sconcertanti. Sono oltre 5,8 gli italiani all’estero e, tra questi, 1,2 milioni hanno un’età compresa tra i 18 e i 34 anni. Dati che devono far riflettere sui motivi che spingono tanti giovani a lasciare l’Italia per recarsi all’estero alla ricerca di un futuro migliore. Anche il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ha lanciato l’allarme: «Più di un milione di giovani se ne sono andati dal Sud. Una tragedia sociale».

A tal proposito, si riporta l’esperienza di un giovane infermiere campano di 35 anni, G.R., emigrato nel Regno Unito nell’ormai lontano 2016. Le sue parole lasciano trasparire tutto il disagio e le difficoltà che si provano quando si è costretti a lasciare la terra che si ama.

Quando hai maturato l’idea di abbandonare la Campania, nonostante lavorassi come infermiere professionista in un centro ben noto dell’hinterland napoletano?

«Ricordo che quest’idea è nata nel 2016 quando, a seguito di una cattiva esperienza lavorativa durata anni, ho deciso di andar via da un contesto nel quale mi sentivo sfruttato, umiliato e soprattutto poco tutelato.
Le professioni sanitarie comportano tantissimi rischi, anche di natura legale, motivo per il quale è necessario che il contesto lavorativo in cui si è inseriti, garantisca tutte le tutele necessarie. Nel posto in cui lavoravo, un centro di dialisi nella fattispecie, tutto ciò non avveniva. Dopo essermi imbattuto in una serie di spiacevoli episodi, ho deciso di scappar via non solo dalla Campania e da Napoli, ma dall’Italia».

Cosa ti ha spinto a trasferirti nel Regno Unito lontano dalla tua famiglia e dai tuoi affetti più cari?

«Il motivo risiede nel fatto che il Regno Unito e tanti altri paesi dell’Europa offrono tutta una serie di garanzie economiche ed una stabilità lavorativa di non poco conto. Ogni giovane desidera raggiungere due importanti obiettivi: l’autonomia e l’indipendenza. Purtroppo, l’Italia non concede questa possibilità ai giovani, costringendoli a dipendere dai propri genitori fino all’età adulta. Lasciare la terra che si ama non è mai una scelta piacevole, anzi, mi rammarica l’idea che ai giovani non venga data alcuna opportunità reale di investire nelle zone in cui si è nati e cresciuti. In questa prospettiva così grigia e difficile, l’emigrazione verso paesi europei o extraeuropei rappresenta l’unica chance».

L’idea di fare rientro in Italia è ormai tramontata o nutri ancora una piccola speranza?

«Nonostante gli ultimi eventi politici, economici e sociali legati alla Brexit, ho deciso in ogni caso di stabilizzarmi definitivamente nel Regno Unito. Dal 2016 ad oggi ho provato a cercare lavoro in strutture ospedaliere del Nord Italia; anche in quel caso, tutte le esperienze fatte sono state negative. Per queste ragioni ho deciso di mollare la presa e abbandonare del tutto l’idea di tornare a vivere in Italia.
Questo discorso non vale solo per me, di professione infermiere, ma si estende anche a tanti altri giovani costretti a realizzare i propri sogni fuori dai confini del nostro Paese».

Quale appello senti di fare ai giovani che non riescono a realizzarsi in Italia?

«Innanzitutto, invito tutti i giovani ragazzi a non scoraggiarsi, perché il vento sta cambiando. Si sta prendendo atto della criticità dell’emergenza emigrazione. Finché è possibile, lottate per realizzare i vostri sogni anche quando questo richiederà tantissimi sacrifici».

Il lavoro, soprattutto al Sud, è sinonimo di “fatica” e la retribuzione spesso volutamente viene confusa con “elargizione”, tranne per i pochi fortunati che ricevono un lavoro grazie ad un concorso dove i partecipanti sono migliaia o chi, come un feudo che passa di padre in figlio, prende il posto di lavoro del genitore. Per il resto un lavoro dignitoso che rispetti la persona profondamente, che sia legale, trasparente, è soltanto un’utopia, o peggio, una “terra promessa”. Nel nostro territorio tutti abbiamo un fratello, un amico, un cugino emigrato all’estero come ai primi del novecento o nel dopoguerra.

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