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INTERVISTA. Domenico Rea, Informare con la figlia Lucia: “Mio padre amava molto i giovani”

Gianrenzo Orbassano 22/05/2022
Updated 2022/05/22 at 9:00 AM
6 Minuti per la lettura

Questa piccola avventura alla scoperta di Domenico Rea ebbe inizio tra i banchi dell’Università degli Studi di Salerno. Grazie al Professore Vincenzo Salerno, ho scoperto uno scrittore spesso dimenticato, ma che tanto ha raccontato di Napoli. Scoprii, attraverso i racconti di Rea, una città divisa dal giorno e dalla notte: due facce spietatamente vere, lontane dalle grottesche semplificazioni folcloristiche. Oggi, con Informare, ho potuto allargare il campo d’azione e farvi scoprire, con la collaborazione della Direttrice Maria Rosaria Califano, un suo archivio in fase di digitalizzazione presso il Centro Bibliotecario d’Ateneo proprio al Campus di Fisciano. Con l’intervista alla figlia dello scrittore, Lucia Rea, si chiude un cerchio. Rea è uno scrittore oggi ancora attuale, un punto di riferimento per i giovani da lui molto considerati. Un meridionalista, un giornalista. Uomo dal carattere forte, una personalità forse anche snobbata in passato da certa editoria. Lucia Rea ne fa un ritratto per i nostri lettori, immaginandolo alle prese con le imperfezioni di questo mondo sempre più fragile.

Più di 100 anni di Domenico Rea. Uno scrittore ancora attuale. In quali temi si può ritrovare suo padre nel fragile presente di oggi?

«A marzo per Bompiani, è uscita la ristampa di “Ninfa Plebea”: in questa storia c’è la questione delle donne manipolate e raggirate. All’epoca, il movimento Me Too non esisteva. Poi, certamente la questione della guerra in Ucraina oggi è sotto tutti i riflettori, poiché il conflitto è esploso nel cuore dell’Europa. Ma non dimentichiamoci degli altri conflitti che, purtroppo, ci sono nel resto del mondo. Mio padre aveva vissuto e sofferto la Seconda guerra mondiale, quindi sarebbe rimasto profondamente scosso da quello che sta succedendo oggi. C’è anche da dire che mio padre non avrebbe amato i social, la diffusione continua dei particolari più intimi. È come se nullificassero quelli che sono i veri contatti, che non è detto debbano avvenire per forza in tempo reale».

Lessi che Domenico Rea amava molto i giovani. Può quindi uno scrittore come suo padre essere un punto di riferimento per i giovani?

«È vero, li amava molto. C’è stato un periodo dove scriveva tanti libri per ragazzi: “Spen, Il ragazzo dei bottoni, Il regno perduto”. A me, da ragazza, ha sempre consigliato di leggere. Diceva: “Puoi perdere qualsiasi cosa, la casa, il lavoro o l’amore. Ma se dentro di te conserverai il piacere di leggere, sarai una persona con una ricchezza interiore”. Ne “Il Fondaco Nudo”, scrisse un saggio dal titolo “Gutenberg addio” cui prevedeva che il libro sarebbe diventato un oggetto obsoleto. Era molto pessimista, ma oggi effettivamente si legge davvero poco. Poi, andare incontro al futuro con libertà, avere dei sogni, credere nei propri sogni. Proprio come fece lui, tra molti ostacoli».

Manifestazioni di stima sono state dedicate a suo padre negli ultimi anni, specialmente in occasione del suo centenario. Eppure, ci sono stati anni di silenzio…

«Mio padre è sempre stato uno scrittore duro nel leggerlo. Io credo sia stato anche un po’ snobbato, perché non era etichettabile. Era un uomo di sinistra nel profondo, anche se gli hanno fatto pagare amaramente, da un punto di vista editoriale, l’uscita dal Partito Comunista. Negli anni Sessanta, con Arbasino e l’avanguardia, i romanzi si ritenevano esauriti e molti scrittori andarono in crisi. Anche mio padre si sentiva in crisi, ma allo stesso tempo lavorava come giornalista e fece uscire tanti libri che al tempo si consideravano minori, ma che minori non lo erano affatto. Ci sono dei periodi in cui di molti scrittori non se ne parla, penso a Moravia ad esempio. Io penso che in questo caso ci sia stata una specie di questione meridionale rispetto agli scrittori del meridione e del nord».

Napoli è stata la città che suo padre ha molto amato. L’ha raccontata con spirito meridionalista, ma non folcloristico…

«Mio padre detestava ogni forma di folclore. Con Napoli aveva un rapporto come un adolescente ha con la madre: la criticava in continuazione, ma guai a chi la criticava. Ricordo che non concepiva i turisti che usavano Napoli come ponte per arrivare alle isole vicine. Ha amato molto questa città, ma detestava tutto ciò che era oleografico. Se si legge “Pensieri della notte”, si trova una Napoli notturna descritta in un modo e di giorno in un altro. Era il primo a criticare con dolore Napoli, ma lo faceva con empatia essendo un meridionalista. Bisogna capire che storia ingiusta ha subito il reame di Napoli rispetto al resto d’Italia. I difetti di Napoli, secondo mio padre, erano anche qualità: l’estremo disordine interpretato come elasticità mentale, quindi come accoglienza. Di mio padre ricordo il suo carattere severo, ma quando era allegro ti trascinava nelle sue storie da gran affabulatore. Mi ha insegnato il gusto del cibo, che per lui significava fantasia».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°229 – MAGGIO 2022

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