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L’ANBSC dal 2010, anno della sua fondazione, si occupa della destinazione dei beni sottratti alle mafie. L’acronimo ANBSC sta per Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alle mafie; risulta già lampante dalla sua denominazione il ruolo fondamentale che quest’ente gioca nella lotta alle organizzazioni criminali. Se guardiamo alla storia criminale del nostro Paese, antecedente all’anno 1982, vedremo che i boss erano così certi del potere e dell’incolumità della mafia da intestarsi personalmente i propri beni. Tutto cambiò a seguito della celebre legge Rognoni–La Torre che introdurrà il sequestro preventivo e conservativo dei beni dei boss mafiosi.

Oggi la notizia che un superboss si intesti beni lussuosi è quasi irrealistica, difatti gli esponenti mafiosi cercano di camuffare beni mobili e immobili per scappare alla legittima sottrazione di proprietà o oggetti che incorniciano il loro potere.

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Grazie alla lunga esperienza di contrasto, il legislatore è riuscito ad essere decisivo sul sequestro e confisca di beni immobili e mobili riconducibili alla mafia. Partendo da questi risultati l’ANBSC ha il compito di destinare i beni per dargli una valorizzazione legittima, volta soprattutto al riutilizzo sociale. Ville, spazi verdi e grandi appartamenti oggi compongono una filiera sociale animata dal Terzo settore, che dà nuova vita a beni legati a profitti criminali. Per l’Europa è un mezzo visionario e da emulare, per l’ANBSC una mission che va avanti dal 2010 e che vede nuova linfa dai fondi del Pnrr. Di questo e tanto altro ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Daniela Lombardi, Dirigente dell’Ufficio di Napoli dell’ANBSC.

Di cosa si occupa la sede secondaria dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità a Napoli?

«La nostra competenza si estende in quattro regioni: Campania, Molise, Abruzzo e Basilicata. Il nostro compito è provvedere alla gestione dei beni sequestrati o confiscati dai tribunali di competenza in quelle regioni, quindi può capitare di gestire beni che si trovino in Sardegna o in paesi esteri come la Romania. In Campania c’è il maggior numero di beni».

Quale distinguo va fatto per tali beni?

«Occorre distinguere i beni in quelli destinati alle amministrazioni pubbliche e quelli in gestione direttamente all’Agenzia. Un dato molto interessante è che i beni in nostra gestione sono di più rispetto a quelli destinati, è un’inversione di tendenza che abbiamo registrato nell’ultimo periodo. Gli enti locali prima di acquisire un bene avviano una riflessione che a volte le induce a non manifestare interesse.

Quando ciò avviene spesso è perché i beni non versano in buone condizioni e richiederebbero interventi di ristrutturazione per i quali mancano le risorse economiche o perché gli uffici comunali non dispongono di risorse umane e strumentali sufficienti a garantire l’espletamento delle procedure per il riutilizzo in tempi rapidi. Su questo ultimo aspetto l’Agenzia ha cercato di fornire un supporto mettendo a disposizione dei comuni i modelli di atti per gli affidamenti. Per la ricerca delle fonti di finanziamento abbiamo inserito un’apposita sezione sul sito costantemente aggiornata sui bandi in corso».

lombardiCi sono amministrazione che si pongono con indifferenza al tema dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità?

«Sì, abbiamo monitorato anche delle amministrazioni locali che non intendono il riutilizzo dei beni confiscati come un’opportunità di riscatto rispetto alla presenza criminale sul proprio territorio ma come un problema da gestire e di conseguenza rifiutano aprioristicamente di acquisirne al proprio patrimonio. Mi è capitato di incontrare sindaci ignari dei beni presenti nel loro territorio… è incredibile, ma è così. Io credo sia positivo che i comuni valutino attentamente la sostenibilità della gestione dei beni che proponiamo loro prima di acquisirli, perché mi rendo conto che non sempre e non tutti sono facilmente utilizzabili.

Quello che per noi conta infatti è che siano effettivamente realizzati dei progetti, non semplicemente trasferire beni dal patrimonio statale a quello comunale. Ciò nonostante, mi ha stupito molto vedere qualche sindaco aprioristicamente contrario all’acquisizione di qualsiasi bene. Per fortuna si tratta di casi sporadici ma credo sia importante, anche tramite le Prefetture, coinvolgerli e di più e dimostrare loro che non saranno lasciati soli nella gestione».

Avete un dialogo con le amministrazioni locali che hanno in gestione i beni?

«Si, per i beni destinati abbiamo avviato il monitoraggio sull’utilizzo tramite le Prefetture territorialmente competenti, partendo da quelle di Caserta e Salerno. In questo modo, cerchiamo per quanto possibile di instaurare un dialogo con i sindaci e costruire rapporti diretti per arrivare a risultati migliori. Su questa linea abbiamo organizzato, anche nella sede di Napoli dell’Agenzia, riunioni con sindaci e assessori competenti, oltre che coi responsabili degli uffici, per verificare lo stato dei beni presenti sul loro territorio, come li stanno valorizzando e per risolvere eventuali criticità».

Come viene accolto il lavoro dell’Agenzia all’estero?

«In Europa c’è tanta curiosità sul lavoro dell’Agenzia. Innanzitutto sul sistema delle misure di prevenzione, quindi su come sia possibile, senza o prima di un ordinario processo, sottrarre dei beni a determinati soggetti. Molta attenzione è posta su come ciò influisca sul contrasto alle mafie. L’altro elemento di interesse degli Stati europei è incentrato sulla gestione del patrimonio confiscato alle mafie: noi per ora siamo l’unico Paese ad aver privilegiato la strada del riutilizzo sociale. In Francia stanno studiando la nostra legislazione per mettere in piedi qualcosa di analogo perché il riutilizzo sociale si rivela una soluzione estremamente innovativa rispetto agli altri ordinamenti; questo in parte ci inorgoglisce».

Qual è la situazione reale sui beni confiscati che versano in uno stato di profondo degrado?

«Il bene confiscato proviene da un lungo iter giurisdizionale, durante il quale passano molti anni. Poi c’è da considerare che non tutti i beni vengono confiscati a personaggi di spicco che dispongono di ingenti capitali e ville di lusso (pensiamo alla famosa “villa di scarface”, la villa di Sandokan, confiscata nella procedura Schiavone a Marano). Spesso si tratta di immobili utilizzati per nascondere i latitanti o funzionali ad occultare droga e, quasi sempre, costruiti abusivamente. Non ci si può aspettare, quindi, che il patrimonio confiscato sia prevalentemente costituito da immobili di pregio. Poi è chiaro che le situazioni cambiano a seconda del territorio in cui operiamo. Per questa ragione accolgo con favore i fondi destinati dal Pnrr per il recupero degli immobili confiscati. Il patrimonio va valorizzato e, quando necessario, anche demolito».

Ma i beni confiscati non sono solo immobili, anzi, sul sito dell’Agenzia compaiono macchine di gran lusso prontamente confiscate dall’autorità. Cosa ci dice dei beni “non immobili”?

«Vi sono beni mobili non registrati come gioielli o arredi e beni mobili registrati, quindi automobili, elicotteri, imbarcazioni e ciclomotori. Questi vengono destinati principalmente agli enti pubblici o a enti del terzo settore, anche se per quest’ultimo parliamo di una percentuale molto bassa».

Un ultimo passaggio sui fondi destinati ai beni confiscati nel Pnrr. Come dovranno essere impiegati?

«Sono davvero fiduciosa sull’arrivo dei 300 milioni destinati al recupero del patrimonio confiscato. Al Sud abbiamo tantissimi beni e molti di questi versano in uno stato di degrado. Credo che la loro valorizzazione, specialmente nel caso di complessi molto ampi, possa innescare processi di rigenerazione urbana di tanti centri del mezzogiorno. Sarebbe un’operazione che ci permetterebbe di raggiungere obiettivi più ampi del recupero di singoli immobili, andando nella direzione di migliorare il contesto cittadino in cui insiste il bene, specialmente dove all’interno dei beni siano realizzati progetti di riuso sociale condivisi.

Mi auguro infatti che con questi Fondi si colga l’occasione per finanziare dei progetti credibili, sostenibili e destinati a durare, oltre che le spese di ristrutturazione degli immobili. L’Agenzia, grazie alla sinergia con le Prefetture, si sta strutturando per affrontare una grande opera di monitoraggio e accompagnamento delle amministrazioni; l’intento è quello di dare una mano agli enti che hanno fatto richiesta, per evitare che le belle idee dei progetti restino solo su carta. Su circa 600 progetti presentati quasi 200 provengono dalla Campania, quindi la nostra Regione ha una imperdibile occasione, per la quale ci stiamo preparando a fornire il necessario supporto».

Ph. Tommaso Silvestro

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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