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INTERVISTA. Borrometi, giornalista sotto scorta: “Le mafie sono vive più che mai”

Giovanni Cosenza 14/09/2022
Updated 2022/09/14 at 3:28 PM
11 Minuti per la lettura

Paolo Borrometi, classe ’83, è un giornalista e scrittore siciliano, finito sotto sorta per pesanti minacce ricevute dalla mafia siciliana per alcune sue inchieste che hanno messo in luce affari criminali e rapporti tra la mafia e la politica. Vicedirettore dell’AGI, editorialista de “Il Tempo”, presidente di “Articolo 21”, è direttore di La Spia, testata giornalistica online di inchieste giornalistiche. Nel 2015 riceve l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È stato ricevuto da Papa Francesco e dalle più alte cariche istituzionali italiane che gli hanno espresso sostegno e solidarietà per i vili attacchi ricevuti dalla criminalità organizzata. Lo abbiamo incontrato a seguito delle manifestazioni di Milano a sostegno dei giudici antimafia che rischiano la vita combattendo ogni giorno la criminalità organizzata.  

Indice
L’inchiesta “Manipulite” ha mostrato che gli italiani sono facilmente corruttibili. L’ANAC stima che nel 2021, per l’emergenza pandemica, lo Stato abbia speso 200 miliardi di euro derogando alle procedure di appalto. Già si profilano le prime inchieste giudiziarie. Siamo davanti ad una nuova Tangentopoli?  Ventisei magistrati uccisi negli ultimi 40 anni e 30 agenti di scorta. In alcuni casi si parla di collusioni di pezzi deviati dello Stato con la criminalità. Nel 2021 sono stati sciolti per mafia 5 comuni italiani. Marano di Napoli sciolto addirittura 4 volte negli ultimi 20 anni. Come è possibile che non si riesca a scindere questo legame così profondo tra politica e criminalità?  Dal 1976 ad oggi circa 40 fiction televisive hanno raccontato il fenomeno criminale in Italia, alcune serie sono state esportate anche all’estero veicolando l’immagine di un’Italia tutta mafiosa. Roberto Saviano, parlando della serie “Gomorra” afferma «i giovani delle paranze usano il linguaggio di Gomorra, hanno l’atteggiamento di Genny Savastano». Credi che un racconto così insistente e dettagliato del fenomeno criminale possa generare emulazione? O sia utile parlarne perché solo la conoscenza può stroncare il fenomeno?  Il giudice Nicola Gratteri vive sotto scorta da 33 anni. Insieme a lui altri magistrati, giornalisti, personaggi scomodi al potere criminale, rischiano ogni giorno la vita. A Milano, durante la manifestazione di qualche giorno fa, tutti gridavano: «Gratteri non si tocca! Non isolare chi combatte le mafie, Gratteri non sia lasciato solo». A cosa si riferivano? C’è il rischio reale che chi combatte le mafie sia isolato? E da chi?  Anche tu vivi sotto sorta da tanto tempo. Sono in corso circa 52 processi per minacce ricevute da esponenti dei clan malavitosi. Come immagini il tuo futuro?  

L’inchiesta “Manipulite” ha mostrato che gli italiani sono facilmente corruttibili. L’ANAC stima che nel 2021, per l’emergenza pandemica, lo Stato abbia speso 200 miliardi di euro derogando alle procedure di appalto. Già si profilano le prime inchieste giudiziarie. Siamo davanti ad una nuova Tangentopoli?  

«Se usiamo “Tangentopoli” come metafora di un malcostume, al di là del giudizio che ne possiamo dare, è un episodio ciclico. Non vale solo per la pandemia, ma anche per i fondi del PNNR che arriveranno. Nel nostro paese l’asticella dell’indignazione è troppo bassa, ci indigniamo poco. Si veda quello che è successo negli ultimi anni: abbiamo riservato attenzione alle mafie sempre e solo quando c’è stato un omicidio eccellente o una strage, e non in maniera continua. Da un po’ di tempo a questa parte si pensa che le mafie siano state sconfitte, ma esse sono più vive che mai. Dunque la metafora che tu usi può essere assolutamente reale».  

Ventisei magistrati uccisi negli ultimi 40 anni e 30 agenti di scorta. In alcuni casi si parla di collusioni di pezzi deviati dello Stato con la criminalità. Nel 2021 sono stati sciolti per mafia 5 comuni italiani. Marano di Napoli sciolto addirittura 4 volte negli ultimi 20 anni. Come è possibile che non si riesca a scindere questo legame così profondo tra politica e criminalità?  

«Non lo riusciamo a scindere perché il legame fra la politica e la criminalità è accettato dalle persone. Paolo Borsellino, che non era un politicante ma un magistrato, diceva che le vere rivoluzioni si fanno con una matita e una scheda elettorale all’interno delle urne. Questo vuol dire che la vera rivoluzione è non svendere il proprio voto, non scambiarlo con il lavoro, che è un diritto e non un regalo. La vera rivoluzione è spiegare finalmente ai cittadini che questo modo di pensare è come un cane che si morde la coda e che, fino a quando non ci sarà una reale presa di coscienza, il problema non sarà risolto. Il tema delle collusioni tra mafie e politica è certamente devastante, drammatico, però a me piacerebbe per una volta esaminarlo a cominciare dalla responsabilità del singolo. È chiaro che c’è anche una responsabilità dei partiti nella scelta della classe dirigente e, pur non giustificando le aggregazioni politiche, dico che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Se guardiamo le statistiche pubblicate sul sito “Avviso Pubblico” troviamo tanti amministratori locali che fanno il proprio dovere e rischiano la vita a suon di minacce. Torniamo al discorso di prima: è fondamentale la consapevolezza dei cittadini, la conoscenza e per questo è importante il ruolo del giornalismo».  

Dal 1976 ad oggi circa 40 fiction televisive hanno raccontato il fenomeno criminale in Italia, alcune serie sono state esportate anche all’estero veicolando l’immagine di un’Italia tutta mafiosa. Roberto Saviano, parlando della serie “Gomorra” afferma «i giovani delle paranze usano il linguaggio di Gomorra, hanno l’atteggiamento di Genny Savastano». Credi che un racconto così insistente e dettagliato del fenomeno criminale possa generare emulazione? O sia utile parlarne perché solo la conoscenza può stroncare il fenomeno?  

«Il racconto è fondamentale, anche e soprattutto nei dettagli. Roberto Saviano ha avuto ed ha ancora il merito eccezionale di aver fatto conoscere a tutto il mondo la violenza di Gomorra. Lo ha fatto con il suo libro quando i Casalesi e la camorra non erano un problema. Lui è riuscito con il suo impegno e la sua penna a farlo diventare, e almeno a far comprendere realmente, quanto fosse un problema. Sulle fiction ho un giudizio diverso da quello di Saviano. Ho molta paura delle fiction: sono uno strumento straordinario se vengono usate come ha fatto Pif («La mafia uccide solo d’estate» ndr), laddove si chiarisce che c’è un personaggio positivo e un personaggio negativo e si stabilisce un confine ben chiaro tra i due. Si rischia altrimenti di rendere affascinante un criminale. Nelle fiction dovrebbe emergere che il delinquente, il mafioso, il camorrista, fanno sempre una brutta fine, non hanno nulla di affascinante e di empatico. A volte ho visto che in Gomorra c’è quasi un aspetto seducente dell’eroe negativo. Questo mi preoccupa molto, ecco perché sono assolutamente convinto che quando parliamo di Roberto Saviano dobbiamo parlare del suo libro straordinario “Gomorra”, che è una pietra miliare, e non della fiction che invece, a volte, ha rischiato di provocare lo spirito di emulazione. Quante volte è capitato a Napoli che i fatti presenti nella fiction e che rappresentavano una finzione di quelle storie venissero messi in atto. Questo ci deve far domandare se la fiction è stata costruita bene visto che ha suscitato emulazione».  

Il giudice Nicola Gratteri vive sotto scorta da 33 anni. Insieme a lui altri magistrati, giornalisti, personaggi scomodi al potere criminale, rischiano ogni giorno la vita. A Milano, durante la manifestazione di qualche giorno fa, tutti gridavano: «Gratteri non si tocca! Non isolare chi combatte le mafie, Gratteri non sia lasciato solo». A cosa si riferivano? C’è il rischio reale che chi combatte le mafie sia isolato? E da chi?  

«È sempre accaduto nel nostro paese e sta accadendo ancora una volta. Nicola Gratteri è la punta dell’iceberg. Mi sono schierato sempre accanto a lui perché è un magistrato che ha fatto bene il proprio dovere in tutti questi anni. Ma il problema vero è che nel nostro paese ci sono tanti Nicola Gratteri, Nino Di Matteo, don Antonio Coluccia, persone che si impegnano facendo semplicemente il proprio dovere senza l’ambizione di diventare eroi, che rischiano e che sono lasciate sole. Lo abbiamo visto con Falcone e Borsellino: loro dicevano che prima ti gettano fango addosso, poi ti isolano e alla fine ti uccidono. Le mafie hanno sempre operato così: nella nostra disattenzione c’era l’isolamento e quando parliamo di isolamento non stiamo parlando solo di quello da parte delle istituzioni ma anche, e soprattutto, dell’isolamento subito dai cittadini che non si rendono conto di quale ruolo fondamentale e importante abbiano. Dimenticarci di Nino Di Matteo, di Nicola Gratteri, di tutte le persone che fanno semplicemente il proprio dovere ma che sono esposte, significa fare il gioco delle mafie. Sono assolutamente convinto che non solo ci sia il pericolo dell’isolamento di chi combatte le mafie ad ogni livello, ma che sia già iniziato da tempo un processo di isolamento verso tante persone fra le quali Nicola Gratteri e Nino Di Matteo sono solo la punta dell’iceberg».  

Anche tu vivi sotto sorta da tanto tempo. Sono in corso circa 52 processi per minacce ricevute da esponenti dei clan malavitosi. Come immagini il tuo futuro?  

«Dopo nove anni lo sconforto è tanto. E non so cosa immaginare del domani. Spero non ci sia bisogno di vivere una “non vita” sotto scorta per fare il proprio dovere in questo Paese. La vita scortata non va mai demonizzata, ma è un problema che c’è. Non la racconto mai perché non mi piace provocare pena nelle persone. Ma è un dato oggettivo e dobbiamo guardare in faccia la realtà. Io tento di guardarmi in faccia ogni giorno, ma poi alla fine mi rendo conto che faccio semplicemente il mio dovere, che non avrei potuto fare diversamente. Quando torno a casa, da solo, seppur lontano dalla mia famiglia, seppur lontano dai miei affetti, mi guardo allo specchio e mi rendo conto che avrò perso un pizzico della mia libertà fisica ma ho preservato la libertà più importante, che è quella di pensiero, di parola e di fare semplicemente il proprio dovere. Questo lo rivendico ed è l’unica cosa che mi fa guardare con passione e con fiducia al mio futuro».  

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