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Valentina Rita Scotti è una studiosa specializzata in diritto e istituzioni della Turchia, che a inizio giugno ha pubblicato un libro intitolato “La Turchia di Erdoğan”. Come è deducibile dal titolo, il tema ricorrente è la politica interna dello Stato, la creazione di una Nuova Turchia e la modalità con cui questo sta avvenendo. Abbiamo chiacchierato con lei per approfondire i temi trattati nel suo saggio. In particolare, abbiamo cercato di definire le modalità con cui opera Erdoğan e come la “sua” Turchia sia diventata fondamentale nell’equilibrio politico del Mediterraneo orientale.

Come definirebbe la politica di Erdoğan in poche parole?

«Come spiego nel libro “La Turchia di Erdoğan”, l’attuale Presidente vuole costruire una Nuova Turchia che si allontani dai principi del kemalismo. Questo significa creare un paese più aperto al riconoscimento della religione nella sfera pubblica e dei diritti delle minoranze, senza cedere al secessionismo, e rendere la Turchia una potenza regionale. Nell’ultimo decennio questi obiettivi sono stati perseguiti attraverso un approccio maggioritario che ha ridotto i margini di espressione delle opposizioni. Le elezioni del 2023 saranno determinanti per valutare la solidità del consenso popolare a questo progetto».

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Crede che le strategie politiche di Erdoğan siano uno dei motivi principali dell’esclusione della Turchia dall’Unione Europea?

«Al contrario, credo che la deriva maggioritaria sia frutto del perdurante rifiuto dell’Unione europea di integrare la Turchia. A mio avviso, la mancata adesione ha generato un sentimento di frustrazione che ha allontanato la popolazione e le élite politiche dall’UE e dai suoi valori, portandole ad interessarsi e guardare ad Oriente».

Nel 2021 la Turchia ha deciso di abbandonare la Convenzione di Istanbul e lo scorso anno circa 324 donne turche sono state uccise. Perché?

«Ufficialmente, il recesso dalla Convenzione è stato giustificato con la volontà di non esporre il paese all’obbligo di riconoscere i diritti delle persone LGBTQI+. A ben guardare, un tale obbligo non è contenuto nella Convenzione, ed il recesso mi pare piuttosto un obolo pagato ai settori più conservatori del paese. Peraltro, è bilanciato dalla permanenza in vigore della legge del 2012 contro le violenze domestiche e dal dichiarato impegno ad elaborare una nuova Convenzione, aperta anche alla ratifica degli altri ordinamenti europei che stanno rifiutando la firma della Convenzione di Istanbul».

La Turchia ha da sempre fatto sentire la propria presenza anche nel nord della Siria. Lo scoppio della guerra ucraina ha cambiato gli equilibri in questa zona?

«Molto dipenderà dal risultato dei negoziati con Russia e Ucraina. Sappiamo che la Russia è il vero arbitro del conflitto siriano e che solo negoziando con Putin Erdoğan ha potuto intervenire in territorio siriano per la messa in sicurezza del confine, nonché per gestire il fenomeno migratorio. Non dimentichiamo che la Turchia accoglie e gestisce i flussi provenienti dalla Siria riducendo così la pressione sulla rotta balcanica e mediterranea».

Erdoğan ha cercato di trovare una soluzione pacifica al conflitto ucraino proponendosi come mediatore tra le due parti. Attualmente quali rapporti intrattiene la Turchia con la Russia?

«La mediazione turca è collegata agli interessi in Siria e alla volontà di assicurare alla Turchia un ruolo di primo piano sui tavoli internazionali, secondo una strategia perseguita anche in Libia. I rapporti con la Russia, con cui si sono avuti importanti momenti di attrito all’inizio del conflitto siriano, attualmente sembrano ottimi ed Erdoğan sembra essere il mediatore prescelto da Putin, più di ogni altro leader europeo».

Dal 1974 la parte nord di Cipro è invasa dalle forze turche. La presenza turca entra in conflitto con gli interessi della Grecia?

«Non parlerei di una invasione. L’intervento militare turco del 1974 era giustificato dall’Accordo di Garanzia del ‘54. A prescindere dalla legittimità di quell’intervento, è certo che esso ha segnato una frattura nei rapporti con la Grecia ben evidente ancora oggi quando si discute dell’estensione del mare territoriale fra i due paesi, dello sfruttamento delle risorse nell’Egeo e della presenza militare greca sulle isole egee. Proprio quest’ultimo punto è la più recente ragione di tensione».

di Iolanda Caserta e Pasquale Scialla

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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