“Un autore prestato al canto delle proprie cose”

Gianluca Montebuglio si definisce più che un musicista, un pubblicitario prestato alla musica. Casertano, dopo un po’ di tempo in viaggio e in giro, alla fine ha deciso di ristabilirsi di nuovo nella sua provincia natale. Nel 2017 ha iniziato a lavorare ad un disco, che si chiama “È tutto bellissimo”, uscito quest’anno con Octopus Records. Abbiamo deciso di intervistarlo per conoscerlo meglio, addentrarci nelle dinamiche del mondo della musica, ma anche per imparare ad apprezzare le eccellenze che gravitano attorno alla nostra quotidianità e realtà.
Partiamo dalle tue origini artistiche, quando hai iniziato a interessarti alla musica?
«Alla musica “ascoltata” sono sempre stato interessato, alla musica “suonata” ci sono arrivato più o meno intorno ai 10-11 anni. Attraverso il classico passaggio tramando familiare: mio fratello già suonava. Ho iniziato a suonare contemporaneamente il basso e la chitarra, che tutt’ora sono i miei due strumenti di riferimento».
Cos’è la musica per te e cosa provi quando canti?
«Mi reputo più un autore prestato al canto delle proprie cose, all’interpretazione dei propri testi. In questo senso forse diventa fondamentale una cosa: l’aver superato il fastidio, o quantomeno l’imbarazzo forte di cantare le proprie canzoni. Ci sono arrivato in maniera molto lenta, ma anche molto naturale: scrivevo cose, ma non sapevo a chi affidarle. Un po’ perché non cercavo interpreti, un po’ perché non arrivavano; quindi ho deciso di interpretarle da solo. Così nasce anche “È tutto bellissimo”».
Quanto conta per te il testo di una canzone rapportato alla musica?
«Molto, moltissimo. Il testo è qualcosa di estremamente importante e concretamente centrale perché prima di tutto è da lì che riparto. Solitamente va un po’ così: butto giù qualche idea musicale molto elementare e finché non riesco ad incastrarlo con l’inizio, il principio, di un testo, con le parole e con l’interpretazione cantata, io non riesco a “sbloccarmi”. Da lì magari lavoro sul testo e al testo affido l’ispirazione per gli arrangiamenti musicali».
Tra le tue esperienze e partecipazioni, quali ricordi con soddisfazione?
«Penso quelle in studio di registrazione, più che le altre, in questo momento; un po’ perché è stata una prima volta da solo, per fortuna affiancato da Lorenzo De Gennaro che è l’amico con cui ho prodotto il disco. I miei ricordi più cari, quindi, sono questi: quelli legati alla produzione, agli incontri, agli scontri, a tante ore spese a ragionare e a suonare. Mi viene in mente il Nerano Music Festival, in cui sono stato premiato per il miglior testo. Un’ altro ricordo legato allo studio di registrazione è quello che riconduco a quando ho registrato una mia interpretazione di un testo di Piero Ciampi per il premio eponimo».
Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione?
«Aspirazioni ne ho su cose da fare, più che su aspettative da raggiungere. Penso che con il prossimo disco più riesco ad avvicinarmici a questa mia aspirazione: quella di vedere sempre di più la musica come parte di un progetto più ampio; prendere un tema, affezionarsi a questo e stenderlo, svilupparlo, non solo musicalmente, ma magari anche con aspetti videografici più importanti di un semplice video clip».
Quale tuo testo rappresenta al meglio la tua personalità? Parlaci della storia dietro questo testo.
«Se scrivo un testo, lo scrivo sotto dettame della necessità. È inevitabile che quella necessità, una volta che la esprimi, faccia sì che il testo abbia la sua vita, la sua autonomia e identità, ma faccia anche sì che contenga una parte di te. Nel mio disco c’è un forte cenno autobiografico a tutto il concept, però poi ho declinato quel tema su vari personaggi e ciò ha fatto in modo che io potessi non parlare di me, ma solo che ogni personaggio avesse qualcosa di me. Il testo che più mi rappresenta non è in “È tutto bellissimo”, ma molto probabilmente nel prossimo».

 

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